Combattiamo il socialismo volgare, riformista, opportunista, revisionista

Il revisionismo, il filone revisionista del marxismo, si è mosso su diversi campi nel corso della storia scritta. Campi che hanno abbracciato gli aspetti teorici, molto spesso gli aspetti politici ed economici, con la svendita della funzione dei sindacati nelle fabbriche e nelle aziende, e ultimamente organizzativi, con lo svuotamento de facto della funzione pedagogica, educatrice, dei partiti politici.

La lotta di classe, come Engels ci ha indicato, Lenin ci ha più volte ribadito e noi, nel nostro piccolo, puntualmente cerchiamo di ricordare, si combatte sui tre fronti: teorico, politico ed economico. Difatti,

secondo Engels, esistono non due forme della grande lotta socialdemocratica (politica ed economica) – come si pensa abitualmente fra noi -, ma tre, ponendosi accanto a queste anche la lotta teorica.” [1]

Al quale aggiungiamo il fronte organizzativo, oggi più aperto che mai. E tra i tanti fronti di lotta e conflitti di classe in atto, vi è un punto che Marx rimarca nella sua Critica al Programma di Gotha che nei decenni è passato nel dimenticatoio, ed è stato spesso persino confuso arrendevolmente anche dai marxisti stessi. Ovvero, il nesso tra la produzione dei beni di sussistenza e la loro distribuzione. La tesi, cioè, è che il “socialismo volgare”, così come definito dallo stesso Marx nella Critica al Programma di Gotha, ma che potremmo indicare come revisionismo oppure riformismo, ha attaccato l’alternativa strutturale di società, il socialismo in quanto fase infantile del comunismo, proprio applicando una radicale scissione tra il modo di produzione dei beni di consumo e il modo di distribuzione di tali beni. Uno dei punti dai quali parte la revisione teorica dell’impostazione rivoluzionaria di Marx è la cementificazione di tale scissione. Il “socialismo volgare” ha volutamente certificato, in un certo qual modo, la scissione radicale tra la produzione e la distribuzione, relegando il concetto di socialismo, che in tal modo diventa revisionismo e riformismo, all’interno del modo di distribuzione, dimenticando assolutamente la questione della produzione.   

“La ripartizione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della ripartizione delle condizioni di produzione. Ma quest’ultima ripartizione è un carattere del modo stesso di produzione. Il modo di produzione capitalistico, per esempio, poggia sul fatto che le condizioni oggettive della produzione sono a disposizione dei non operai sotto forma di proprietà del capitale e proprietà della terra, mentre la massa è soltanto proprietaria della condizione personale della produzione, della forza-lavoro. Essendo gli elementi della produzione così ripartiti, ne deriva da sé l’odierna ripartizione dei mezzi di consumo. Se le condizioni di produzione oggettive sono proprietà collettiva degli operai stessi, ne deriva ugualmente una ripartizione dei mezzi di consumo diversa dall’attuale. Il socialismo volgare ha preso dagli economisti borghesi (e, a sua volta, una parte della democrazia l’ha ripresa dal socialismo volgare) l’abitudine di considerare e trattare la distribuzione come indipendente dal modo di produzione, e perciò di rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione.” [2]

Lo slegare nettamente la distribuzione dalla produzione, e “rappresentare il socialismo come qualcosa che si muova principalmente sul perno della distribuzione”, ha causato l’emergere della retorica della “equa distribuzione della ricchezza” dimenticando la questione della proprietà dei mezzi di produzione; proprietà in mano ai capitalisti, alla borghesia.

Tutto il campo della cosiddetta sinistra, del socialismo e comunismo revisionista e riformista, si muove con destrezza sulla differenziazione tra distribuzione e produzione, e in tale scissione, essa si focalizza solamente sulla distribuzione dei beni di consumo. Il socialismo, nel senso marxista-leninista del termine invece, unisce produzione e distribuzione all’interno di uno stesso percorso sociale, poiché se la proprietà dei mezzi di produzione è comune, e nel socialismo lo è, ne segue una coerente modalità nella ripartizione dei mezzi di consumo. Rimane, quindi, una chiara mistificazione, una vera menzogna teorica, auspicare una reale “equa distribuzione” dei beni di consumo all’interno di una società in cui vige una iniqua proprietà dei mezzi di produzione. La reale, “equa distribuzione della ricchezza”, che potremmo tradurre per una maggiore precisione in “distribuzione comune” dei beni di consumo, presuppone la “proprietà comune” dei mezzi di produzione. Ripetiamo, “la ripartizione degli oggetti di consumo è ogni volta soltanto conseguenza della ripartizione delle condizioni di produzione”, e la ripartizione delle condizioni di produzione “è un carattere del modo stesso di produzione.” [2] In altre parole, la “distribuzione comune” dei beni di consumo diviene reale, e non fittizia e mistificatrice come nel capitalismo, se “comuni” sono le condizioni di produzione, ovvero se l’operaio, il lavoratore non vende più la propria forza-lavoro al capitalista ma è proprietario lui stesso, insieme a tutti i membri della sua classe sociale, di tutti i mezzi di produzione. Volendo maggiormente chiarire la questione, la comune distribuzione dei beni di consumo può solo avvenire all’interno di un complesso di rapporti sociali di produzione giuridicamente espressi con la proprietà comune dei mezzi di produzione:

“Il socialismo è una tipologia di società e la società è un complesso di rapporti sociali di produzione. Ogni società, e quindi ogni complesso di rapporti sociali di produzione, trae la sua espressione giuridica nei rapporti di proprietà. Quindi, il socialismo, che è una determinata società, è un determinato insieme di rapporti sociali di produzione la cui espressione giuridica corrisponde alla proprietà comune dei mezzi di produzione. Se lo mettano bene in testa i socialisti riformisti, sinistrati e revisionisti. Quello che lor signori professano non è socialismo ma altro.” [3]

È con queste premesse che può solo emergere la fase distributiva del socialismo, ovvero la reale “distribuzione comune” dei beni di consumo.

[1] V. Lenin, Che fare?, edizioni Lotta Comunista, p.66, 2015

[2] K. Marx, Critica al Programma di Gotha, bordeaux, p.18, 2018

[3] M. Santoro, La lotta teorica per fare chiarezza sul socialismo, L’Ideologia Socialista, 19.05.2020 https://www.ideologiasocialista.it/index.php/home/editoriali/item/328-teoria-traditori-socialismo-convergenzasocialista-ideologia-santoro