La concezione materialistica della storia e la centralità della produzione

Abbiamo più volte rimarcato alcuni concetti fondamentali della scienza socialista, ovvero il concetto di società in quanto complesso di rapporti sociali di produzione, e il concetto centrale della produzione in quanto motore della storia. I maestri del socialismo, quali Marx, Engels e Lenin, ci hanno spiegato la profondità e la scientificità della concezione materialistica della storia.

Difatti, “la concezione materialistica della storia parte dal principio che la produzione e, con la produzione, lo scambio dei suoi prodotti sono la base di ogni ordinamento sociale; che, in ogni società che si presenta nella storia, la distribuzione dei prodotti, e con essa l’articolazione della società in classi o stati, si modella su ciò che si produce, sul modo come si produce e sul modo come si scambia ciò che si produce.” [1] Abbiamo profusamente discusso di questi aspetti precedentemente su questa rivista, e rinforziamo il punto chiave sul quale si poggia l’intera struttura teorica, ovvero la centralità della produzione, e della distribuzione, nell’evoluzione sociale dell’umanità.

Persino nella prefazione alla prima edizione del 1884 del L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Engels ci ricorda che Morgan “aveva riscoperto a modo suo in America quella concezione materialistica della storia che quarant’anni prima era stata scoperta da Marx e che, nel raffronto tra barbarie e civiltà, l’aveva portato, nei punti principali, agli stessi risultati di Marx.” [2] In definitiva, anche Morgan riscontra nei suoi studi che il fattore centrale, determinante nella storia, non scritta e scritta, dell’umanità è nella produzione e nella riproduzione della vita. E qui, Engels chiarisce, che vi è “da una lato, la produzione dei mezzi di sussistenza, di generi per l’alimentazione, di oggetti di vestiario, di abitazione e di strumenti necessari per queste cose; dall’altro, la produzione degli uomini stessi: la riproduzione della specie.” [3]

Continuando con l’Anti-Dühring, “conseguentemente le cause ultime di ogni mutamento sociale e di ogni rivolgimento politico vanno ricercate non nella testa degli uomini, nella loro crescente conoscenza della verità eterna e dell’eterna giustizia, ma nei mutamenti del modo di produzione e di scambio; esse vanno ricercate non nella filosofia, ma nell’economia dell’epoca che si considera.” [4] Ovvero, riprendendo Marx, “non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza.” [5] E l’essere sociale vive ed è determinato dalla produzione, dai rapporti di produzione e di proprietà.

Il sorgere della conoscenza che le istituzioni sociali vigenti sono irrazionali ed ingiuste, che la ragione è diventata un nonsenso, il beneficio un malanno, è solo un segno del fatto che nei metodi di produzione e nelle forme di scambio si sono inavvertitamente verificati dei mutamenti per i quali non è più adeguato quell’ordinamento sociale che si attagliava a condizioni economiche precedenti. Con ciò è detto nello stesso tempo che i mezzi per eliminare gli inconvenienti che sono stati scoperti debbono del pari esistere, più o meno sviluppati, negli stessi mutati rapporti di produzione. Questi mezzi non devono, diciamo, essere inventati dal cervello, ma essere scoperti per mezzo del cervello nei fatti materiali esistenti della produzione.” [6] Chiaramente spiegato da Engels è l’evoluzione, la dicotomia, l’incontro-scontro dinamico tra le forze produttive e i rapporti di produzione. Come già precedentemente accennato, qualsiasi mutamento nell’ordinamento sociale avviene perché vi è un cortocircuito tra rinnovate forze produttive e vecchi rapporti di produzione.

Su queste basi, quale è dunque la posizione del socialismo moderno? L’ordinamento sociale vigente, ed è questo un fatto ammesso ora quasi generalmente, è stato creato dalla classe oggi dominante, la borghesia. Il modo di produzione peculiare della borghesia, da Marx in poi designato col nome di modo di produzione capitalistico, era incompatibile con i privilegi locali e di ceto e con i vincoli reciproci dell’ordinamento feudale; la borghesia infranse l’ordinamento feudale e sulle sue rovine instaurò l’ordinamento sociale borghese, il regno della libera concorrenza, della libertà di domicilio, dell’uguaglianza dei diritti dei possessori delle merci, insomma tutte quelle che si chiamano delizie borghesi. Il modo di produzione capitalistico si poté ora sviluppare liberamente.” [7]

Non dobbiamo, però, dimenticare che nei passaggi da una società ad un’altra, da un ordinamento sociale ad un altro, la società emergente è rivoluzionaria rispetto alla società che tramonta, esattamente come fu rivoluzionario il feudalesimo dei signori feudali, dei vassalli, dei servi della gleba rispetto alla società antica degli schiavi, dei patrizi, dei cavalieri e dei plebei; paritariamente fu rivoluzionaria la società borghese rispetto alla società feudale, divenuta reazionaria. Qualsiasi società, in quanto complesso di rapporti sociali di produzione, nella sua fase reazionaria ovvero nella fase in cui maturano le forze produttive e lentamente si staccano, allontanandosi sempre più, da schematizzati, ingessati rapporti di produzione, tenta in tutti i modi di frenare l’azione rivoluzionaria della società nuova che si realizzerebbe solo con un riallineamento dovuto ad una evoluzione, anche forzata, dei rapporti di produzione rispetto alle già mature forze produttive. Un ordinamento sociale, in altre parole, è rivoluzionario quando soppianta un ordinamento già obsoleto; è destinato però a divenire reazionario, conservatore quando tenta di fermare l’evoluzione delle forze produttive verso una società con un superiore stadio di sviluppo. Il socialismo, quindi, è la società con un superiore stadio di sviluppo rispetto al capitalismo, ed è di conseguenza rivoluzionaria. E in quanto tale soppianterà la reazionaria società borghese, capitalistica, che cerca in tutti i modi di congelare i rapporti di produzione all’interno dello schema capitalistico. Come per ogni complesso di rapporti sociali di produzione, l’emersione della società socialista avverrà appena le forze produttive saranno pronte per spezzare le catene della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Le forze produttive elaborate sotto la direzione della borghesia si svilupparono da quando il vapore e le nuove macchine utensili trasformarono la vecchia manifattura nella grande industria con celerità e proporzioni fino allora inaudite. Ma come al loro tempo la manifattura e l’artigianato, che sotto la sua azione si era ulteriormente sviluppato, erano venuti in conflitto con i vincoli feudali delle corporazioni, così la grande industria, arrivata al suo più pieno sviluppo, viene in conflitto con i limiti entro i quali la confina il modo di produzione capitalistico. Le nuove forze produttive hanno ormai superato la forma borghese del loro sfruttamento; né questo conflitto tra forze produttive e modo di produzione è un conflitto sorto nella testa degli uomini, come pressappoco quello tra il peccato originale e la giustizia divina, ma esiste nei fatti, obiettivamente, fuori di noi, indipendentemente dalla volontà e dalla condotta stessa di quegli uomini che lo hanno determinato. Il socialismo moderno non è altro che il riflesso ideale di questo conflitto reale, il suo ideale rispecchiarsi, in primo luogo nella testa della classe che sotto di esso direttamente soffre, la classe operaia.” [8] Il conflitto tra classi sociali è reale ed è attraverso lo sfruttamento vissuto, quotidiano, reso esplicito dai e nei rapporti di produzione capitalistici, che l’operaio acquisisce coscienza di essere un operaio, ovvero di essere colui che vende la propria forza-lavoro alla classe sociale dei capitalisti per sopravvivere. Inoltre, ora che la nostra storia scritta si svela, nella sua quotidianità, all’interno della società capitalistica, borghese, e conosciamo e valorizziamo la forza rivoluzionaria del socialismo in quanto società con un grado superiore di sviluppo, capiamo l’arretratezza sociale di qualsiasi società obsoleta. Esattamente come un servo della gleba, legato alla terra, riterrebbe socialmente primitivo non solo lo schiavo ma la società antica nella sua interezza, così come un operaio giudicherebbe arcaica la società feudale con i suoi oppressi, i servi della gleba appunto, e i suoi rapporti di proprietà, il lavoratore socialista respingerebbe con ripugnanza la schiavitù del nostro operaio ‘moderno’ e tutto il modello sociale borghese. Come scrisse giustamente Lenin, “chi fosse effettivamente convinto di aver fatto progredire la scienza non rivendicherebbe per le nuove concezioni la libertà di coesistere accanto alle vecchie, ma esigerebbe la sostituzione di queste con quelle.” [9] Abbiamo detto che “la borghesia ha giocato nella storia un ruolo altamente rivoluzionario. Dove è giunta al potere, la borghesia ha distrutto tutti i rapporti feudali, patriarcali, idilliaci. Essa ha lacerato spietatamente tutti i variopinti legami feudali che stringevano l’uomo al suo superiore naturale, e non ha lasciato tra uomo e uomo altro legame che il nudo interesse, il freddo «pagamento in contanti». […] Ha dissolto la dignità personale nel valore di scambio. […] Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati.” [10]

Ora, in che cosa consiste questo conflitto? Prima della produzione capitalistica, cioè nel medioevo, sussisteva dappertutto la piccola produzione, fondata sul fatto che i lavoratori avevano la proprietà privata dei loro mezzi di produzione: l’agricoltura dei piccoli contadini, liberi o servi, l’artigianato delle città. I mezzi di lavoro, terra, attrezzi agricoli, laboratori, utensili, erano mezzi di lavoro individuali, destinati solo all’uso individuale, quindi necessariamente modesti, minuscoli, limitati. Ma proprio perciò essi appartenevano anche, di regola, al produttore stesso. Concentrare questi mezzi di produzione sparpagliati e ristretti, estenderli, trasformarli nelle leve potentemente efficienti della produzione attuale: questa è stata precisamente la funzione storica del modo di produzione capitalistico e della classe che lo rappresenta, la borghesia. Come essa abbia adempiuto questa sua funzione, a partire dal XV secolo, passando per i tre stadi della cooperazione semplice, della manifattura e della grande industria, è stato descritto diffusamente da Marx nella quarta sezione del Capitale. Ma la borghesia, come vi è parimente dimostrato, non poteva trasformare quei mezzi di produzione limitati in possenti forze produttive, senza trasformarli da mezzi di produzione individuali in mezzi di produzione sociali che possono esser usati solo da una collettività di uomini. Al posto del filatoio, del telaio a mano, del maglio del fabbro, subentrarono la macchina per filare, il telaio meccanico, il maglio a vapore; al posto del laboratorio individuale subentrò la fabbrica, che esige il lavoro associato di centinaia e migliaia di uomini. E con i mezzi di produzione, così la produzione stessa si trasformò da una serie di atti individuali in una serie di atti sociali e i prodotti si trasformarono da prodotti individuali in prodotti sociali. Il filo, il tessuto, gli oggetti di metallo che ora uscivano dalla fabbrica, erano il prodotto comune di molti operai, per le cui mani essi dovevano passare successivamente prima di essere pronti. Nessuno di loro può dire individualmente: ‘Questo l’ho fatto io, è il mio prodotto’.” [11] Il completamento della transizione da atti individuali ad atti sociali, da prodotti individuali a prodotti sociali, è la transizione dalla società feudale alla società borghese nella quale, attraverso fasi successive della produzione, si passa dall’accumulazione originaria alla libera concorrenza, sino ai monopoli in cui vi è la massimizzazione della socializzazione della produzione parallelamente ad una estrema appropriazione privatistica dei mezzi di produzione. Ed è, come già ribadito, nei monopoli che “ne risulta un immenso processo di socializzazione della produzione. In particolare si socializza il processo dei miglioramenti e delle invenzioni tecniche.” [12] Inoltre, continua Lenin, “si monopolizza la mano d’opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa. Viene socializzata la produzione, ma l’appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone.” [13]

Ma laddove la divisione naturale del lavoro in seno alla società è la forma naturale della produzione, essa imprime ai prodotti la forma di merci il cui scambio reciproco, compra e vendita, mette i singoli produttori in condizione di soddisfare i loro svariati bisogni. Questo avveniva già nel medioevo. Il contadino, per es., vendeva prodotti agricoli all’artigiano e a sua volta comprava da esso prodotti artigiani. In questa società di produttori individuali, di produttori di merci, si insinuò dunque il nuovo modo di produzione. Nel bel mezzo della divisione del lavoro naturale, priva di un piano, quale dominava in tutta la società, questo nuovo modo di produzione instaurò la divisione del lavoro secondo un piano, con cui era organizzata nella fabbrica; accanto alla produzione individuale apparve la produzione sociale. I prodotti di entrambi venivano venduti allo stesso mercato e quindi a prezzi, almeno approssimativamente, eguali. Ma l’organizzazione secondo un piano era più forte della divisione naturale del lavoro; le fabbriche che lavoravano socialmente producevano i loro prodotti più a buon mercato che non i piccoli produttori individuali. La produzione individuale soggiacque successivamente in tutti i campi, la produzione sociale rivoluzionò tutto l’antico modo di produzione. Ma questo suo carattere rivoluzionario fu così poco riconosciuto che, al contrario, essa fu introdotta come mezzo per accrescere e favorire la produzione delle merci. Essa sorse ricollegandosi direttamente a leve determinate e già esistenti della produzione e dello scambio delle merci: il capitale mercantile, l’artigianato, il lavoro salariato. Poiché essa stessa si presentava come una nuova forma della produzione di merci, le forme di appropriazione della produzione di merci rimasero in pieno vigore anche per essa.” [14] La nuova società con la sua nuova forma di produzione di merci e di beni di sussistenza emerge legandosi a leve della società orami al tramonto, e questo rimane vero per qualsiasi transizione di società se non si vuole essere utopisti, sognatori e idealisti. E Marx giustamente lo ribadisce quando tratta della transizione al comunismo: “quella con cui abbiamo da far qui, è una società comunista, non come si è sviluppata sulla propria base, ma viceversa, come emerge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto, economico, morale, spirituale, le macchie della vecchia società dal cui seno essa è uscita.” [15]

Nella produzione di merci, quale si era sviluppata nel medioevo, non poteva affatto sorgere la questione a chi dovesse appartenere il prodotto del lavoro. Il produttore individuale lo aveva, di regola, confezionato con una materia prima che gli apparteneva e che spesso era prodotta da lui stesso, con mezzi di lavoro propri e col lavoro manuale proprio e della sua famiglia. Non c’era assolutamente nessun bisogno che egli se lo appropriasse, gli apparteneva in modo assolutamente spontaneo. La proprietà dei prodotti era quindi fondata sul proprio lavoro. Anche laddove ci si serviva del lavoro altrui, di regola questo aiuto restava cosa accessoria e chi lo prestava frequentemente riceveva, oltre al salario, anche un’altra remunerazione: l’apprendista e il garzone delle corporazioni lavoravano per avviarsi a diventare maestri, più che per il vitto e il salario. A questo punto venne la concentrazione dei mezzi di produzione in grandi officine e manifatture, la loro trasformazione in mezzi di produzione effettivamente sociali. Ma i mezzi di produzione e i prodotti sociali furono trattati come se fossero ancora quali erano prima, mezzi di produzione e prodotti individuali.” [16] Nel passaggio alla società capitalistica, la dipartita tra la proprietà dei mezzi di produzione e dei prodotti ottenuti, da una parte, e la produzione in quanto processo emerge e si acutizza nelle fasi successive della società capitalistica. Ovvero, mentre la produzione si socializza, lasciando la sfera del singolo individuo, dell’artigiano seppure in molti casi allargato alla famiglia e a garzoni e apprendisti, con le grandi officine, con le fabbriche, la distribuzione e lo scambio delle merci raggiunge territori sempre più vasti, mentre la proprietà sia dei mezzi di produzione che dei prodotti rimane individuale, privata, confinata al singolo. Emerge il capitalista, ed emerge colui che è costretto a vendere la propria forza-lavoro per sopravvivere poiché non ha alcun mezzo di produzione di cui è proprietario se non la propria forza-lavoro: l’operaio.

 “Se sinora il possessore di mezzi di lavoro si era appropriato il prodotto perché di regola era un prodotto suo proprio, e il lavoro sussidiario altrui era solo l’eccezione, ora il possessore degli strumenti di lavoro continuò ad appropriarsi il prodotto, malgrado non fosse più il suo prodotto, ma esclusivamente il prodotto del lavoro altrui. In questo modo i prodotti, oramai creati socialmente, se li appropriarono non già coloro che mettevano effettivamente in movimento i mezzi di produzione e che effettivamente creavano i prodotti, ma il capitalista.” [17] L’evoluzione sociale dell’umanità ci porta, di conseguenza, ad una evoluzione delle classi sociali e della lotta di classe. Emergono le due classi sociali in lotta nella società borghese: i capitalisti e gli operai. Dopotutto, “sorta dal tramonto della società feudale, la società borghese moderna non ha eliminato i conflitti di classe. Alle antiche essa si è limitata a sostituire nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta.” [18]

[1] F. Engels, Anti-Dühring – Sezione III, Socialismo – Elementi teorici, p. 323, edizioni Lotta Comunista, 2014

[2] F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, p.35, Editori Riuniti, 2019

[3] Ibidem, p.36

[4] F. Engels, Anti-Dühring – Sezione III, Socialismo – Elementi teorici, p. 323, edizioni Lotta Comunista, 2014

[5] K. Marx, Per la critica dell’economia politica – prefazione, p.17, edizioni Lotta Comunista, 2009

[6] F. Engels, Anti-Dühring – Sezione III, Socialismo – Elementi teorici, p. 323, edizioni Lotta Comunista, 2014

[7] Ibidem, p. 323-324

[8] Ibidem, p. 324

[9] V. Lenin, Che fare?, p.50, edizioni Lotta Comunista, 2015

[10] K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, p.8-9, Editori Laterza, 2018

[11] F. Engels, Anti-Dühring – Sezione III, Socialismo – Elementi teorici, p. 324-325, edizioni Lotta Comunista, 2014

[12] V. Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, p.43, edizioni Lotta Comunista, 2015

[13] Ibidem

[14] F. Engels, Anti-Dühring – Sezione III, Socialismo – Elementi teorici, p. 325-326, edizioni Lotta Comunista, 2014

[15] K. Marx, Critica al programma di Gotha, p.15, bordeaux, 2018

[16] F. Engels, Anti-Dühring – Sezione III, Socialismo – Elementi teorici, p. 326, edizioni Lotta Comunista, 2014

[17] Ibidem, p. 326-327

[18] K. Marx, F. Engels, Manifesto del partito comunista, p.6, Editori Laterza, 2018