Manuel Santoro

Segretario politico nazionale di Convergenza Socialista

“CONVERGENZA SOCIALISTA”. Piattaforma politica per il Congresso 2013 del P.S.I.

Siamo qui per far ripartire un partito storico della sinistra italiana politicamente del tutto inesistente nella nostra società. Vorrei, quindi, porre alcune domande e che siano i fari di questo mio contributo. Primo, quali sono le motivazioni politiche per l’esistenza di un partito socialista, oggi, in Italia? In altre parole, un partito socialista è realmente necessario? Se si, per fare cosa?

Al giorno d’oggi, noi tutti, lottiamo quotidianamente contro il solidificarsi di una status politico-finanziario i cui risvolti egoistici sono in costante accelerazione. Testimoniamo, inoltre, lo sgretolamento atomistico delle aree della sinistra storica, incluso il nostro partito.

Prendiamo atto del fatto che le politiche tendenti a valorizzare la giustizia sociale e la solidarietà tra gli uomini e tra i popoli sono politiche aliene rispetto ad un modus operandi legato ad un modello di capitalismo finanziario rapace.

E’ indubbio che l’impatto di ogni crisi sul tessuto produttivo, sull’economia reale e sui comportamenti sociali sia, oggi, l’effetto di una chirurgica ed autonoma autoregolamentazione del sistema finanziario e bancario multinazionale, le cui politiche egocentriche ed egoistiche vengono calate a livello nazionale attraverso lo strumento della politica.

In questo senso, l’incapacità della politica nazionale, europea ed internazionale, di contrapporre un modello di progresso sostenibile alternativo è dettata dalla mancanza cronica dei soggetti politici e delle classi dirigenti di proporre un progetto politico di lungo periodo che coinvolga la società civile ad un dialogo per il futuro. In questo contesto, il Partito Socialista Italiano deve ritornare protagonista nello studio, nell’analisi e nella proposta economica e finanziaria, globale e nazionale.

Oggi, paradossalmente, è proprio la massa delle individualità non incanalate in soggetti politicamente organizzati ad essere di gran lunga maggioranza. In questa situazione politica frastagliata ha senso, quindi, cercare di riprendere un filone di discussione, definire una piattaforma politica e programmatica su cui convergere per dare un senso sul chi siamo e sul cosa vorremmo fare. Una convergenza socialista necessaria, prima di tutto, all’interno del partito. E non ricercarla significherebbe rimanere fuori dalla storia soprattutto in un mondo in cui i popoli rivendicano la necessità di una azione socialista.

E’ in questa ottica che sorgono i seguenti intenti politici:

  • una convergenza socialista per creare un retroterra culturale e politico che abbia l’obiettivo di riprendere il cammino dell’unità dei socialisti all’interno di un ragionamento che conduca ad un ripensamento profondo del ruolo della sinistra italiana nella società. Diventa prioritario, oggi, teorizzare una sinistra di stampo socialista, vale a dire inclusiva e democratica, plurale e meritocratica;
  • una convergenza socialista per caratterizzare sul piano politico l’aspirazione del P.S.I. a farsi centro e promotore di un processo di costituzione di un futuro movimento socialista italiano attirando verso le rive del socialismo europeo i partiti ed i movimenti politicamente vicini. Ricercare un terreno comune su cui convergere è possibile ed auspicabile, e questo luogo incantato non può che essere il socialismo, inteso come vasto spettro di orientamenti politici tutti, però, con l’intento massimo di “portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”.
  • una convergenza socialista per riallacciarsi alla nostra gloriosa tradizione e perseguire con forza gli assiomi ideali di libertà e di democrazia, indissolubilmente connessi agli assiomi fondamentali dell’eguaglianza e della giustizia sociale;
  • una convergenza socialista per realizzare la sintesi tra i vari filoni del socialismo italiano all’interno di una ricostituita sinistra italiana e per perseguire l’unione politica di tutti coloro che, pur provenendo da diverse scuole politiche, riconoscono nella difesa dei deboli del mondo e nella lotta al grande capitale ed alla grande finanza la motivazione primaria del fare una “politica socialista”, prospettando, così, un modello di movimento non dogmatico ma aperto a tutti gli strati della società;
  • una convergenza socialista per rimanere ancorati in Europa alle esperienze radicalmente riformiste del socialismo europeo senza dimenticare gli aspetti positivi dell’esperienza della sinistra europea, e all’internazionalismo;
  • una convergenza socialista per perseguire e praticare la democrazia, soprattutto all’interno del partito. La democrazia interna implica, infatti, la più grande attivazione e partecipazione critica dei partecipanti, e consente la manifestazione di tendenze diverse, elevando il necessario spirito di solidarietà e di collaborazione.

Tocca ora a noi, a tutte le compagne ed i compagni, comprendere che il compito dei socialisti è quello di risolvere alla radice le storture di sistema che intaccano selvaggiamente l’esistenza delle fasce sociali più deboli. Storture di un capitalismo selvaggio che una minoranza socialista, emarginata e spezzettata, non può affrontare.

Sino a quando non metteremo mano ad una soggettività socialista, nel senso più democratico e trasparente possibile, che coinvolga tutte le realtà interessate a far parte di un processo politico e programmatico che realizzi reali riforme strutturali per i deboli della società, non avremo peso politico, non modificheremo lo status quo e continueremo a subire provvedimenti legislativi e modifiche costituzionali senza alcuna possibilità di intervento.

Risolvere alla radice tali storture, però, richiede una comprensione vasta della società globalizzata e delle sue sovrastrutture. Questo significa che i socialisti devono adoperarsi lungo quattro direttrici:

Primo, adoperarsi per una analisi completa del sistema capitalistico, oggi finanziario, e del modello di organizzazione delle società.

Secondo, adoperarsi per la definizione di un sistema di sviluppo alternativo e misurabile su fattori di sostenibilità. Un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali. Il neo-capitalismo è oggi morto, trasformandosi lentamente in qualcosa di più pericoloso poiché, staccandosi dalla fase produttiva, ha compreso di poter alimentare se stesso a costi quasi azzerati. Il capitalismo è diventato, così, un processo in cui il capitale continua a generare se stesso senza fermate intermedie, autoalimentandosi.

Terzo, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte dei cittadini e le idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti, in questo Paese, al paradosso per cui vi è una forte necessità, anche inconscia, di socialismo e la mancanza di socialismo nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche. Quindi, adoperarsi affinché si ristabilisca un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una forza socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività. Una forza socialista per la povera gente che rigetti il perseverare di una politica annacquatamente riformista. Non vi è alternativa politica, oggi, senza un collegamento serio tra una forza marcatamente socialista e quello che è rimasto del suo popolo.

Dovremo, quindi, da subito, puntare ad un lavoro di ripresa di un movimento popolare radicandoci nei territori. Un movimento dei molti contro una politica di semplice ricerca di cartelli a fini elettoralistici. Oggi un partito la cui esistenza risiede prettamente nei suoi fini ellettoralistici non ha alcun senso politico e sociale, e non è strumento di un ripensamento dei processi sociali in quanto estranea, da tali processi, la gran parte delle cittadinanze.

Quarto, adoperarsi affinché il nostro partito torni a discutere dei bisogni dell’essere umano nelle società moderne. Vale a dire:

1) Lavoro a tempo pressoché indeterminato;

2) Diritto alla casa, affinché ognuno abbia un tetto;

3) Abbattimento sostenuto della povertà;

4) Sanità pubblica e gratuita;

5) Scuola e università pubblica e gratuita

Partiamo da un ragionamento di sistema. E’ necessario premettere che un’economia nazionale immersa in un meccanismo economico globalizzato, essenzialmente di stampo liberista, rischia, durante crisi di sistema come l’ultima, di vedersi proiettata verso una nuova organizzazione sociale e politica, non prevedibile, caratterizzata essenzialmente dal prosciugamento di diritti e di benessere collettivo.

Il primo punto è il diritto al lavoro. E’ senza dubbio prioritario uscire da una logica di mera schiavitù la quale trova ampio spazio nel labirinto variopinto dei contratti di lavoro. L’obiettivo da perseguire e’ il lavoro a tempo indeterminato, sia da un punto di vista economico-programmatico che culturale. Vanno eliminate progressivamente tutte le tendenze ad un impoverimento della qualità della vita e all’aumento dell’insicurezza famigliare e sociale.

Il secondo punto è il diritto alla casa. E’ necessario affrontare il problema casa in modo del tutto rivoluzionario partendo dall’idea che ogni singolo individuo, ogni singola famiglia ha il diritto ad avere un tetto, un riparo, un rifugio, una casa e che essa deve essere fornita in ultima istanza dallo Stato. L’approccio al rispetto di questo diritto ci deve portare tendenzialmente all’azzeramento della percentuale relativa ai senza tetto oggi in Italia.

Per chi ha un reddito, il problema principale è nello squilibrio tra offerta e domanda abitativa. Non c’è, in Italia, una offerta abitativa capace di assorbire una domanda di abitazioni a prezzi moderati. Abbiamo un invenduto rilevante mentre l’emergenza abitativa cresce per i prezzi troppo elevati, per gli effetti che la crisi sta avendo sui redditi e sulla capacità delle famiglie di pagare affitti e mutui bancari, e per l’abbandono da parte dello Stato di una politica di edilizia economica e popolare. Da una stima condotta da Federcasa sembra che le famiglie in attesa di una casa siano circa 583-mila mentre gli alloggi invenduti si aggirino intorno alle 300-mila unità. Certamente lo Stato dovrebbe riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito, nel caso questi numeri venissero confermati, la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda di circa 280-mila famiglie e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Il terzo punto è l’abbattimento sostenuto della povertà. Nel 2011 l’Italia si è ritrovata con più di 8 milioni di poveri, i quali rappresentano quasi il 14% dell’intera popolazione e l’11% delle famiglie. Quasi 3 milioni di famiglie, composte da due persone, è al di sotto della soglia di povertà (pari a 1.011,03 euro mensili). Aumenta la povertà di coppie con un figlio, pari al 10,4%; delle famiglie con cinque o più componenti, pari al 28,5%. Le famiglie a rischio povertà sono il 7,6% mentre al Sud la situazione si aggrava visto che una famiglia su quattro è considerata povera. In una situazione simile lo Stato e le istituzioni dovrebbero avere le capacità operative di intervenire celermente con misure atte a calmierare gli effetti nefasti della crisi, soprattutto con l’istituzione di un reddito minimo. E’ vero che tutti i Paesi europei prevedono qualche forma di reddito minimo tranne Italia, Grecia e Bulgaria. Indirizziamo, però, i nostri ragionamenti verso uno dei Paesi più all’avanguardia sul reddito minimo, la Norvegia, la quale offre ai suoi cittadini un reddito di esistenza, senza limiti, che garantisce un importo mensile di circa 500 euro.

Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Il quarto punto è il diritto alla salute, pubblica e gratuita. La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tutt’ora in corso, tra norme scritte e norme applicate. L’Italia dovrebbe iniziare a essere uno Stato moderno ed efficiente soprattutto con la modernità e l’efficienza del suo sistema sanitario e con la funzionalità dei suoi servizi essenziali. Il diritto alla salute è di tutti i cittadini. Oggi, però, testimoniamo uno smarrimento politico sul come rendere questo diritto fondamentale una realtà, viste le sue disfunzioni e i suoi costi. L’egoismo e gli interessi personali, oltre all’inadeguatezza delle strutture, sono cancri del sistema sanitario nazionale. Il pensiero neo-liberista sponsorizza un sostanziale programma di privatizzazione degli enti pubblici, sostenendo che i problemi della sanità italiana si possono risolvere solamente con la privatizzazione di molti settori del servizio sanitario. Questo, però, implicherebbe una sanità in balia delle leggi di mercato andando contro i più deboli e i più poveri.

In Europa, poi, spendiamo molto meno rispetto ad altri paesi. L’Italia, infatti, spende circa 115 miliardi di euro per la sanità, pari al 7,2 per cento del P.I.L. Non vorrei che si usasse la tesi dell’alto costo della spesa sanitaria pubblica per smantellarla e avviare un processo di privatizzazione del tutto a scapito dei più deboli. Il sistema sanitario deve essere pubblico e le risorse vanno ricercate nelle inefficienze del sistema paese. Dal sommerso, all’evasione, dalla corruzione alla concussione. Basti pensare che solo il sommerso vale tra i 529 e i 540 miliardi di euro. Sarebbe auspicabile una radicale riforma del sistema sanitario nazionale, in senso pubblico, responsabile e razionale, e con la fine immediata della lottizzazione delle Unità Sanitarie Locali da parte dei partiti.

Il quinto punto è il diritto allo studio, pubblico e gratuito. Il diritto allo studio è tra i diritti fondamentali che consente l’attuazione di altri diritti della persona. Avere la possibilità dell’istruzione permette alla collettività di essere consapevole nelle scelte da fare, in modo del tutto autonomo. Naturalmente,  il diritto allo studio non deve avere vincoli calati dall’alto in quanto non è una merce a pagamento ma un diritto che solo una scuola pubblica efficiente, gratuita ed aperta a tutti, può perseguire. Reputo che ci si debba muovere verso la valorizzazione del pubblico attraverso l’intervento dello Stato. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Naturalmente,  la linea di demarcazione tra intervento pubblico e privato deve essere chiara e netta. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

Questi sono i punti fondanti di una società equa e solidale. Socialista.

Manuel Santoro
15.10.2013

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