Manuel Santoro

Segretario politico nazionale di Convergenza Socialista

Relazione sulla crisi bancaria e finanziaria globale.

Convegno “INVECE IL SOCIALISMO”, 1 Dicembre 2012, sala grande Centro Congressi Cavour – via Cavour 50/a, Roma.

Compagne, compagni,

in questa mia breve relazione cercherò di far emergere alcune problematiche e contraddizioni all’interno del sistema bancario e finanziario a noi noto.

Nella storia delle società del mondo si sono susseguite crisi più o meno grandi, molte di queste di natura sistemica. Le cause principali sono da ricercare nelle storture e nelle contraddizioni dei processi finanziari ormai globalizzati le quali producono un indebolimento profondo delle società, dei loro modelli di sviluppo e di welfare.

Bisogna prendere atto del fatto che le politiche sociali tendenti a valorizzare l’uguaglianza, la giustizia sociale e la solidarietà tra gli uomini e tra i popoli, sono politiche antitetiche, aliene e, quindi, nemiche di un modello di capitalismo finanziario il quale, uccidendo il profitto da produzione, ha capito di potersi espandere senza limite rigenerando il capitale dal capitale.

Esaminando l’ultima crisi nata dalla sciagura dei mutui subprime negli Stati Uniti si riconosce immediatamente un intrinseco cambiamento di sistema che lentamente scivola nelle profondità dei processi economici e sociali modificandone i tratti nevralgici.

E’ indubbio che l’impatto di questa crisi sul tessuto produttivo, sull’economia reale e sui comportamenti sociali sia l’effetto di una chirurgica ed autonoma autoregolamentazione del sistema finanziario e bancario multinazionale, le cui politiche egocentriche ed egoistiche vengono calate a livello nazionale attraverso lo strumento della politica.

L’incapacità della politica nazionale, europea ed internazionale, di contrapporre un modello di progresso sostenibile alternativo è dettata dalla mancanza cronica dei soggetti politici e delle classi dirigenti di proporre un progetto politico di lungo periodo che coinvolga la società civile ad un dialogo per il futuro.

La storia del sistema bancario e finanziario è costellata da crisi. Nel diciottesimo secolo ci sono state 11 crisi bancarie e finanziarie di tipo sistemico. Nel diciannovesimo secolo altre 18. Nel ventesimo secolo si raggiungono le 33 crisi, inclusa la crisi di Wall Street del 1929, durante la quale una enorme quantità di azioni vennero vendute, pari a 12 milioni (di quel periodo).

Circa 14 miliardi di dollari vennero bruciati al New York Stock Exchange solamente in un giorno. Sino al 1933, 11-mila delle 25-mila banche fallirono e milioni di investitori furono rovinati. Il numero degli americani senza lavoro salì a 13 milioni. In milioni persero la propria abitazione.

Le caratteristiche principali di una crisi sistemica sono diverse. Ogni grande crisi porta con se il  crollo della produzione, i fallimenti a catena ed un forte aumento della disoccupazione. Coinvolge tutti i comparti  economici, dall’industriale al commerciale, dal finanziario al bancario. Tutte le crisi sistemiche sono precedute da una bolla speculativa ed in tutte si verifica quella che viene chiamata trappola della liquidità. Le crisi sistemiche durano a lungo, più a lungo delle normali recessioni  cicliche e danno la sensazione che ci sia qualcosa di fondamentale che non funzioni.

Ogni qual volta vi è una bolla finanziaria che esplode, causando una crisi di tipo sistemica, non è solo il modello finanziario a dover essere regolamentato o aggiustato ma è l’intero sistema capitalistico a dover esser messo sotto accusa, nella sua interezza e complessità. Tutte le grandi crisi sono percepite come crisi del sistema capitalistico e non solo finanziario o bancario. Si fa avanti, quindi, l’idea fondata che non sia sufficiente aggiustare estemporaneamente pezzi di sistema per rilanciare la domanda aggregata ma servano riforme mirate a modificare nel profondo le istituzioni economiche nazionali ed internazionali.

Dal 1980 ad oggi, più di 130 Paesi hanno avuto problemi molto costosi in termini di benessere e sviluppo economico a causa della fragilità del sistema finanziario e bancario. La fragilità finanziaria di un mercato si manifesta quando il prezzo di qualche attività finanziaria tende verso una stato di bolla. Naturalmente la fragilità dei mercati finanziari è, all’interno della corrente organizzazione finanziaria ed economica della società capitalistica, del tutto inevitabile. La sfida che le istituzioni, incluso le banche centrali, cercano di portare avanti, è come minimizzare lo scoppio delle crisi finanziarie (come vedremo, senza prevenirle) le quali nascono e crescono dalla rottura della capacità di finanziare investimenti a lungo termine dal risparmio il quale, però, continua ad essere del tutto ed istantaneamente accessibile.

Queste trasformazioni di liquidità sono prodotte da soggetti di intermediazione. Il soggetto di intermediazione più immediato, ma non l’unico, è la banca, la quale emette un debito a breve scadenza nella forma di deposito o conto corrente e, con esso, finanzia prestiti a lungo termine. Quando vi è una rottura del mercato causato da una rottura delle capacità delle banche di generare investimenti di lungo periodo, la società è forzata a sostenere livelli di produttività strategica minori e meno efficienti e, di conseguenza, un livello inferiore di ricchezza complessiva.

La maggior parte delle passività delle banche sono depositi liquidi, ritirabili su domanda. La maggior parte delle attività delle banche, invece, sono prestiti illiquidi. Questa situazione porta al problema che se tutti i depositari domandassero indietro i propri depositi allo stesso momento, qualsiasi banca si troverebbe ad affrontare seri problemi di copertura. Una banca potrebbe ottenere un rifinanziamento sui mercati finanziari ma il problema persisterebbe nei casi di bassa liquidità sul mercato oppure se il problema coinvolgesse gran parte del settore bancario. E’ evidente che quando i depositari iniziano a temere l’insolvenza da parte delle loro banche, la prima reazione è il ritiro immediato dei depositi.

Passando dalla genericità del ruolo delle banche al ruolo delle grandi banche, potremmo affermare che queste ultime pongono un problema serio per la loro portata sistemica intrinseca. Esse sono state definite “too big to fail” (troppo grandi per farle fallire) in quanto il fallimento di una di esse potrebbe avere conseguenze enormi su tutto il sistema bancario internazionale.

In effetti, prima del collasso della Lehman Brothers, in molti avevano pensato che il governo americano avrebbe coperto i debiti delle banche maggiori nel caso, tali banche, fossero state costrette al fallimento. La decisione di non aiutare la Lehman spiazzò molti e fu drammatica per tutto il sistema bancario in quanto causò una serie di onde d’urto che attraversò l’intero sistema.

Con la riforma finanziaria Dodd-Frank, susseguente alla crisi, si cercò di arginare possibili crisi future imponendo una maggiore regolamentazione dei derivati, la creazione di una nuova agenzia per la protezione dei consumatori ed, infine, nuovi poteri al Governo americano per lo smantellamento delle banche in fallimento. Quello che, sfortunatamente, non fu preso in considerazione fu lo smantellamento dei grandi gruppi bancari e finanziari in gruppi più piccoli e, quindi, non più sistemici. Naturalmente, il ridimensionamento dei grandi gruppi bancari e finanziari rimane uno dei temi principali su cui operare.

Possiamo, per esempio, prendere in considerazione il patrimonio complessivo di alcune delle banche più grandi al mondo (Giugno 2011, FMI):

1. Bank of America Corp., $2.264,00 miliardi                (2,264 trillioni di dollari)
2. J.P. Morgan Chase & Co., $2.246,00 miliardi           (2,246 trillioni di dollari)
3. Citigroup, $1.957,00 miliardi                                     (1,957 trillioni di dollari)
4. Wells Fargo & Co., $1.260,00 miliardi                      (1,260 trillioni di dollari)
5. Goldman Sachs Group, $937,00 miliardi
6. Morgan Stanley, $831,00 miliardi

L’ammontare totale è di $9.495,00 miliardi, pari al 65% del P.I.L. degli Stati Uniti d’America. Volendo avere, ora, una idea approssimativa delle dimensioni di questi istituti bancari, basta dire che (dati 2011 per PIL nominale):

1. il patrimonio complessivo di Bank of America si colloca tra il P.I.L. della Gran Bretagna ($2.250,00 miliardi) e il P.I.L. della Francia ($2.562,00 miliardi)
2. il patrimonio complessivo di J.P. Morgan si colloca tra il P.I.L. del Brasile ($2.090,00 miliardi) e il P.I.L. della Gran Bretagna ($2.250,00 miliardi)
3. il patrimonio complessivo di Citigroup si colloca tra il P.I.L. dell’India ($1.631,00 miliardi) e il P.I.L. dell’Italia ($2.055,00 miliardi)

Naturalmente, dal 2008 ad oggi, le banche più grandi sono diventate ancora più grandi grazie a due fattori: 1) la bancarotta di moltissime banche medio-piccole e 2) l’acquisizione di banche in difficoltà. Infatti, mentre prima della crisi dei mutui sub-prime le quattro banche più grandi (Bank of America, J.P. Morgan, Wells Fargo, Citigroup) possedevano il 32% della totalità dei depositi, oggi siamo al 40%.

Inoltre, le quattro banche più grandi trattano oggi il 50% dei mutui ed il 66% delle carte di credito. Se aggiungiamo Goldman Sachs, in queste cinque banche abbiamo concentrate il 95% dei derivati.

E’ importante menzionare, comunque, che le sei banche americane riportate sopra non sono le uniche ad essere “troppo grandi per fallire”. Nel Novembre del 2011, la commissione per la stabilità finanziaria distribuì una lista di ventinove (29) banche internazionali considerate sistemiche e, quindi, troppo grandi per fallire. Di questa lista diciassette (17) sono europee, otto (8) americane e quattro (4) asiatiche.

Il fallimento di una banca, come il fallimento di qualsiasi altro istituto in una economia, può portare al fallimento di altri istituti esposti verso la banca in crisi.

Gli strumenti standard di regolamentazione bancaria sono, oggi, essenzialmente l’assicurazione sui depositi, i requisiti di adeguatezza patrimoniale (vale a dire il rapporto tra capitale e rischio) ed il prestatore di ultima istanza. L’assicurazione sui depositi protegge i piccoli depositari da un fallimento bancario e previene la “fuga bancaria”; i requisiti di adeguatezza patrimoniale sono necessari per assicurare che la banca segua responsabilmente le regole sul credito; il prestatore di ultima istanza, essenzialmente la banca centrale, riduce ulteriormente i rischi di bancarotta in quanto è in grado di aiutare le banche con un assistenza di liquidità in caso di emergenza. Focalizziamoci un attimo su questo ultimo punto, il quale è l’extrema ratio per evitare che situazioni di temporanea illiquidità portino la banca all’insolvenza.

In molti Paesi le banche centrali hanno il compito di provvedere all’assistenza di banche in difficoltà finanziaria.

La questione principale è capire se le banche centrali sono in grado di poter prevenire le crisi o, peggio, se le banche centrali contribuiscono a causare le crisi. Le direttive delle banche centrali sono per lo più focalizzate, in termini generali, alla gestione delle aspettative inflazionistiche con il compito ultimo della stabilità dei prezzi.

Cosa dovrebbe fare, allora, una banca centrale? Dopo che una crisi finanziaria si è materializzata, in pochi sarebbero contro la necessità dell’intervento della banca centrale con tutti i mezzi necessari. Le ricette per rispondere alle crisi finanziarie sono state applicate secondo routine: abbondante offerta monetaria attraverso bassi tassi di interesse e operazioni nei mercati;  allargamento degli strumenti per ottenere credito dalla banca centrale ed accesso ad un credito più ampio.

Siccome la banca centrale è il monopolista nella creazione di moneta, ha senso aspettarsi che abbia un ruolo attivo durante tempi di crisi sistemiche.

Ma le cose non sono effettivamente così. Dovremmo, infatti, interrogarci molto sul pre-crisi, cioè quando i mercati finanziari operano tranquillamente e senza stress. Sarebbe da capire se le banche centrali devono preoccuparsi della crescita delle bolle nei prezzi delle attività finanziarie, sotto la implicita assunzione che le crisi finanziarie si hanno quando vi è lo scoppio di una bolla. Sarebbe fondamentale comprendere e decidere se e come le banche centrali devono considerare, nel loro lavoro quotidiano, la possibilità di instabilità finanziarie.

L’argomentazione che la politica monetaria non deve essere influenzata dal timore per una fragilità dei mercati è abbastanza radicata nella grande finanza e nella politica tecnocratica. Un punto di vista comune alla grande finanza è che la stabilità finanziaria e la stabilità dei prezzi sono altamente complementari ed, entrambi, sono obiettivi che possono essere raggiunti attraverso un regime inflazionistico flessibile. In questo senso, le banche centrali hanno il compito di aggiustare la politica monetaria attivamente per evitare pressioni inflazionistiche o deflazionistiche.

Questo significa che la complementarietà tra la stabilità dei prezzi (o stabilità macroeconomica) e la stabilità finanziaria si erge sul fatto che la ciclicità delle politiche sui tassi di interesse deprime la fluttuazione dei prezzi grazie ad un aumento dei tassi durante i periodi inflazionistici e un decremento degli stessi durante periodi deflazionistici. Per queste ragioni, la grande finanza e la politica tecnocratica, argomentano che le banche centrali non dovrebbero preoccuparsi della possibilità della crescita di bolle nei mercati finanziari, poiché l’uso della politica monetaria attraverso la variazione dei tassi di interesse che porta tendenzialmente ad una stabilità dei prezzi è del tutto sufficiente a garantire la stabilità finanziaria essendo la complementarietà tra stabilità dei prezzi e stabilità finanziaria un assioma fondante.

Le banche, quindi, sempre secondo la grande finanza e la politica tecnocratica, dovrebbero solamente essere consapevoli degli effetti delle potenziali bolle o di qualsiasi altra fluttuazione nei prezzi dei prodotti finanziari.

Naturalmente, non basta essere contrari alla opinione della grande finanza e della politica tecnocratica riguardo la necessità di vigilare e scovare quei prodotti o attività finanziarie i cui prezzi tendono verso uno spropositato aumento. Sarebbe auspicabile, di certo, che le banche centrali si muovessero attivamente per monitorare i mercati in modo tale da evitare potenziali bolle finanziarie, ma questo è un compito complesso che richiede prima di tutto l’essere consapevoli che, oggi, la maggior parte delle operazioni finanziarie vive nell’ombra delle regole e della trasparenza dei mercati monitorati e regolamentati.

Con l’estensione della crisi finanziaria globale iniziata con i mutui subprime, anche transazioni e istituzioni finanziarie non tradizionali che si collocano fuori dal sistema bancario tradizionale hanno iniziato ad attirare sempre più interesse. Sebbene essi includano istituzioni finanziarie come i fondi hedge ed investimenti alternativi, essi sono inclusi in quello che si chiama sistema bancario ombra, il quale è un insieme di intermediari finanziari non bancari che fornisce servizi simili a quelli forniti dalle banche commerciali tradizionali.

Il limite di demarcazione tra il sistema ombra e quello tradizionale non è ben definito, anche se il sistema bancario ombra conduce operazioni in uno spazio che è esterno alla piena trasparenza e regolamentazione delle banche centrali. L’essere esterno al sistema bancario tradizionale è legato strettamente all’anonimato e all’imperfezione delle informazioni che accompagnano le transazioni finanziarie all’interno del sistema bancario ombra.

Il problema più complesso da affrontare è che la rapida espansione delle transazioni finanziarie associate con l’anonimato e con l’imperfezione delle informazioni ha reso difficile, per le banche di investimento e per le istituzioni che dovrebbero regolamentare, di avere un quadro completo del sistema bancario ombra. Questo implica che è diventato sempre più complicato per tutti comprenderne i rischi sistemici.

I fondi hedge, in particolare, sono fondi non regolati, che richiedono commissioni molto alte, non necessariamente restituiscono capitale quando richiesto e, generalmente, non rendono note le operazioni che fanno. Devono fare soldi tutto il tempo altrimenti i facoltosi investitori cambiano fondo hedge. Sintetizzando, quindi, i fondi hedge sono ampliamente anonimi, largamente non regolamentati e gestiscono una enorme massa monetaria per investimenti. Nel suo complesso, il sistema ombra gestisce un capitale enorme, maggiore di quello del sistema bancario tradizionale, ed in crescita a causa delle sempre più stringenti regolamentazioni adottate. Paradossalmente, per chi crede nella regolamentazione dei mercati e non in un loro sviluppo selvaggio, sono proprio le regole più stringenti nel sistema bancario tradizionale ad attirare i grandi investitori ed il grande capitale fuori dal trasparente e dal regolamentato verso il sistema bancario ombra. Ma, ribadisco, il problema sembrerebbe non essere quanto e come si regolamenta. Il problema è l’utopia di rendere regolamentato un mondo nato, cresciuto ed evolutosi sulla libertà di creare profitto dal profitto.

Durante l’ultima crisi finanziaria, le banche di investimento hanno cavalcato sia le operazioni dell’investimento bancario tradizionale sia di quello ombra. Comunque sia, oggi, le banche di investimento negli Stati Uniti tendono ad un ridimensionamento. Lehman Brothers and Bear Stearns sono fallite; Goldman Sachs e Merrill Lynch sono banche commerciali soggette a regole più dure. Nel mondo del mercato finanziario, non vi è più nessun soggetto di investimento privato in grado di usare i suoi stessi fondi per transazioni finanziarie come fatto dalle banche di investimento prima della crisi.

Da un punto di vista strategico, il sistema bancario ombra, rappresentato soprattutto dai fondi hedge, è un prodotto dell’incremento della trasparenza e di una più dura regolamentazione del sistema bancario tradizionale. L’esperienza di Soros e di altri facoltosi investitori ci racconta una storia di costante ricerca del profitto al di fuori della regolamentazione bancaria, che ha portato il sistema ombra ad emergere come un sottosistema bancario in grembo a quello tradizionale.

Appena questo sottosistema cominciò ad espandersi in modo evidente sulla forza dei suoi alti profitti, il muro tra il sistema bancario tradizionale e quello ombra cominciò a cadere istituzionalmente negli anni ’90. Se l’ultima crisi finanziaria globale è interpretata come il risultato di questo collasso, una nuova regolamentazione che renda più stringente la regolamentazione già presente porterà alla creazione di nuove innovazioni finanziarie le quali saranno usate, al di fuori della nuova regolamentazione, per raggiungere grandi profitti.

Oggi, il sistema bancario ombra è cresciuto sino a 67-trilioni di dollari ed è ovvio che ponga rischi sistemici molto elevati. E’ necessario porre rimedio in fretta, almeno per calmierarne i possibili effetti negativi sui sistemi produttivi e sociali in una prossima crisi sistemica.

Si rende necessario, quindi, un ripensamento complessivo dell’organizzazione dell’industria finanziaria e bancaria e, questo, deve essere compito della politica la quale, come primo passo, deve riacquisire dignità, coraggio ed una visione solidale della vita . Visione da tradurre in un modello economico sulla base della necessità di una rottura netta delle catene del degrado sociale ed umano del nostro presente e futuro, e proporre una alternativa che sia punto di incontro, da una parte, ed opportunità politica, dall’altra. Una alternativa che vesta di socialismo ed abbracci tutti coloro che hanno la determinazione di costruire la sinistra socialista in Italia, in Europa e nel mondo.

Manuel Santoro
https://manuelsantoro.com/

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