Manuel Santoro

Segretario politico nazionale di Convergenza Socialista

Costruiamo la sinistra.

Valorizziamo le idee del socialismo per la povera gente.

INIZIAMO DAI TERRITORI. INIZIAMO DA GUIDONIA-TIVOLI
(Idee riprese da diversi scritti degli utlimi mesi)

La sinistra italiana è visibilmente in rianimazione da decenni e le cause vanno ricercate sia all’interno che all’esterno del sistema Paese.

Le crisi di sistema susseguitesi nei decenni a causa dell’evolversi di incontrollati cortocircuiti dei processi finanziari hanno prodotto un indebolimento globale delle società occidentali, dei loro modelli di sviluppo e di welfare, compromettendo le prospettive di lungo periodo dei tessuti produttivi.

I modelli dominanti di organizzazione economica, politica e sociale hanno percorso e percorrono le direttrici della disuguaglianza sociale nei popoli e tra i popoli, creando e successivamente difendendo a livello politico ed ideologico una disparità amorfa e sistemica figlia di una studiata filosofia hyper-monetaristica, costruendo intorno ad essa un consenso finalizzato alla salvaguardia e continuità dei poteri finanziari.

Esaminando l’ultima crisi del 2008 si riconosce immediatamente un intrinseco cambiamento di sistema che lentamente scivola nelle profondità dei processi economici e sociali modificandone i tratti nevralgici.

Tale cambiamento si esplicita sia attraverso i danni di struttura provocati da un susseguirsi di shock di mancanza di liquidità a cui le politiche monetarie hanno e stanno continuando a far fronte, sia nelle modifiche dei regimi di fiscalità, di produttività e di economia reale. Queste modifiche avvengono attraverso una tassazione quantitativa e non qualitativa, ovvero tesa a colpire le masse con redditi medio bassi e non i patrimoni. Il tutto in ossequio a politiche neo-conservatrici di stampo liberista le quali tendono ad un graduale indebolimento delle protezioni sociali conquistate. 

E’ indubbio che l’impatto di questa crisi sul tessuto produttivo, sull’economia reale e sui comportamenti sociali, sia l’effetto di una chirurgica ed autonoma autoregolamentazione del sistema finanziario e bancario multinazionale, le cui politiche egocentriche ed egoistiche vengono calate a livello nazionale attraverso l’ormai docile strumento della politica e l’avvallo di partiti grandi e piccoli, accomunati da un aspetto moderato, neo-centrista e conservatore.

Partendo dall’Europa, è paradossale come a molti anni dall’entrata dell’euro, i 10 Paesi che hanno mantenuto la moneta nazionale abbiano mostrato, negli anni, dati economici positivi rispetto ai 17 aderenti alla moneta europea. E’ altresì paradossale come l’introduzione dell’euro sia avvenuta tra Paesi tendenzialmente egoistici delle proprie priorità nazionali senza, quindi, un reale processo di sintesi dei processi economici e finanziari verso forme più europeizzanti e solidali di cooperazione sociale.

L’Europa, oggi, è divisa in due blocchi: i pro-stabilità dei prezzi (i forti) ed i pro-crescita (i deboli). Divisione, questa, prodotta essenzialmente dagli effetti destabilizzanti sulla moneta unica che il modello neo-mercantilista di crescita della Germania produce a livello economico e sociale. E’ indubbio che la Germania abbia avuto sino ad oggi grandi vantaggi dalla moneta unica ed è altresì indubbio che il blocco dei salari e del mercato interno del Paese e, contemporaneamente, l’espansione dell’export, abbiano contribuito ad un vorticoso peggioramento dei dati economici dei Paesi deboli. La ricerca costante della stabilità dei prezzi da parte della Germania, infatti, cozza con la ricerca della crescita da parte dei Paesi deboli, inclusa l’Italia, i quali non hanno strumenti per contrastare l’invasione dell’export tedesco essendo legate dal vincolo comunitario della moneta unica.

L’elevato e competitivo export tedesco svilisce, così, la competitività delle aziende dei Paesi deboli. Questo causa una diminuzione della domanda interna a cui segue una diminuzione della produttività dei prodotti interni, un aumento considerevole della disoccupazione, una diminuzione dei redditi e, quindi, delle entrate fiscali e, a parità di uscite, un aumento del debito. Per fare fronte alle necessità di bilancio gli stati aumentano la tassazione, aumentando la tassazione impoveriscono i redditi che, a loro volta, non sono in grado di stimolare la domanda interna. Le necessità tedesche costringono i paesi deboli a vivere all’interno di un circolo vizioso fatto di costante impoverimento.

Risolvere il problema del debito non significa, quindi, solo quanto ripagare. Significa soprattutto come ripagare. Se il debito pubblico dei Paesi deboli tende ad aumentare, al netto delle manovre correttive e con una assenza di crescita economica, allora il nocciolo del problema è risolvere il conflitto tra i due blocchi d’Europa. Conflitto destinato a protrarsi pericolosamente per anni, a meno che la sinistra non prenda coraggio e si assuma la responsabilità di evolversi verso forme sempre più integrate e condivise di azione.

Il Governo Monti, inoltre, è completamente coinvolto in questo scenario apocalittico, avendo l’Italia altri interessi rispetto alla Germania. Nello specifico, l’interesse della crescita economica, ora più che mai, risulta fondamentale dopo manovre di austerità e di compressione della domanda. Il Governo Monti è altresì complice non riuscendo a sviluppare politiche in linea con le necessità del paese e a svincolarsi dalla subalternità alle politiche di tassazione, compressione dello sviluppo e subalternità alla finanza.

Nella scena politica del centrosinistra, poi, da una parte giganteggia il Partito Democratico il quale, con la sua ambiguità fondativa di essere di centro e di sinistra, e con la sua forza di attrazione delle forze limitrofe molto spesso assecondanti per fini ellettoralistici, svuota la potenziale progettualità di una diretta concorrente alla sua sinistra che percorra vere riforme di stampo antiliberista; dall’altra manca il coraggio da parte della sinistra italiana (tutti inclusi, dai partiti ai movimenti, ai gruppi che gravitano a sinistra) di vedere oltre il palmo della propria mano e, quindi, di staccarsi in modo definitivo dall’ambiguità del Partito Democratico.

Siamo di fronte, quindi, alla mancanza cronica, da parte della sinistra, di proporsi e proporre un progetto politico di lungo periodo che coinvolga la società civile, tutta, ad un dialogo per il futuro. E’ evidente che il nodo principale da risolvere oggi, per noi, è l’incapacità della sinistra, di delineare un percorso di rottura rispetto a schermi pensati e messi in opera dalle forze conservatrici del pianeta. Forze che, in politica, riprendono  i dettami della grande finanza e dei grandi istituti bancari, ormai globalizzati e transazionali nei processi, capaci di scavalcare le poche regole nazionali e le deboli regole internazionali.

La sinistra, quindi, deve riacquisire dignità, coraggio e solidarietà per rompere le catene del degrado sociale ed umano del nostro presente e futuro, e proporre una alternativa che sia punto di incontro, da una parte, ed opportunità politica, dall’altra. Una alternativa che sia vera ed abbracci tutti coloro che hanno la determinazione di costruirla.

La sinistra italiana deve riprendere forma su tre motivazioni principali.

La prima motivazione giace nella necessità di ripensare un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali. Quando la struttura economica e sociale basata sulla proprietà privata dei beni di produzione diventa neo-capitalismo, la produzione localistica di beni e consumi si trasforma in produzione di massa con un aumento della concentrazione del potere economico in grandi società nazionali o multinazionali e con  una espansione continua dei consumi e della massa dei consumatori. Seppur questo enorme incremento delle capacità di produzione, trasporto e smistamento di beni determina l’inizio di processi di omologazione sociali, culturali e comportamentali, intaccando i costumi, le particolarità e le tradizioni, il capitale continua a rigenerare se stesso, incrementandosi, attraverso sempre la fase della produzione. Il neo-capitalismo muore, trasformandosi lentamente in qualcosa di più pericoloso quando, staccandosi dalla fase produttiva, comprende di poter alimentare se stesso a costi quasi azzerati. Il capitalismo diventa, così, un processo in cui il capitale genera se stesso senza fermate intermedie, autoalimentandosi.

La seconda motivazione giace nella necessità di ristabilire un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte del cittadino e le  idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti all’incontro tra la voglia di sinistra e la mancanza di sinistra nel Paese, all’incontro tra una positività ed una negatività, entrambi in crescendo, conditi da un parlamentarismo ottuso lontano dalla gente e, quindi, lontano dai reali e tangibili cambiamenti dei microsistemi sociali. E’ sempre più necessario intraprendere una ristrutturazione della solidarietà politica evitando la istituzionalizzazione dei gruppi dirigenti ed ammettendo come i ceti produttivi medio-piccoli siano totalmente inglobabili in un disegno radicalmente riformatore al fianco dei ceti più deboli.

La terza motivazione giace nella necessità di ristabilire un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una nuova sinistra eco-socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività. Una sinistra per la povera gente che metta in soffitta i miti del passato come personali ricordi e rigetti il perseverare di una politica annacquatamente riformista. Non vi è alternativa politica, oggi, senza un ricollegamento serio tra un potenziale progetto di sinistra e quello che è rimasto del suo popolo. Compito arduo ma possibile solo in chiave strategica, senza alcun tatticismo, poiché la sinistra ha smesso di affrontare con forza interessi, resistenze, ostilità, corporativismo e parassitismo, scivolando così verso un forte moderatismo sulla risoluzione dei problemi reali dei ceti deboli e verso una radicalizzazione del parlamentarismo, anche locale, come pratica politica.

Dovremo evitare unificazioni di vertici, di interessi di potere, di apparati ma puntare ad un lavoro di ripresa di un movimento popolare. Un movimento dei molti della sinistra contro cartelli a fini elettoralistici con un seguito tra i molti. Oggi un movimento, un partito la cui esistenza risiede nei suoi fini elettorali non ha alcun senso nella società e non permette un ripensamento dei processi sociali in quanto estranea, da tali processi, la gran parte delle cittadinanze.

Una progettualità di alternativa a sinistra ha il compito di evitare pratiche spartitorie con il centrismo moderato. Il centro-sinistra è oggi, come lo è stato in passato, un compromesso politico e non sociale. E’ troppo poco rappresentativo del movimento invisibile dei meno abbienti, delle forza lavoro e delle forze della media-piccola imprenditoria per riuscire ad emergere come alternativa politica per una esistenza diversa.

L’azione politica basata su questi tre punti porta al superamento del capitalismo del XXI secolo. Partendo dai popoli, dalle insenature positive delle società.

OLTRE IL PRODOTTO INTERNO LORDO (P.I.L.) COME INDICATORE DI BENESSERE

Il mondo è radicalmente cambiato, dal dopoguerra ad oggi, nei suoi processi economici e sociali, e la crescita economica, oggi, non è più necessariamente sinonimo di benessere collettivo. Questo poteva essere plausibile in un mondo in cui i processi economici erano ancora ancorati a logiche nazionali, le prassi commerciali si stavano internazionalizzando ma erano ancora fuori da logiche sovrannazionali e globalizzanti, le politiche nazionali erano decisive dello sviluppo delle società e la crescita economica coincideva con il sogno occidentale di una sempre crescente disponibilità di beni e servizi. Il mondo post-bellico andava ricostruendo il proprio tessuto produttivo, propedeutico ad un costante aumento della domanda interna e ad una maggiore disponibilità di beni e servizi, la quale coincideva con un maggior benessere collettivo. In quel mondo in forte fase espansiva, aveva un senso riporre la misurazione del nostro benessere in termini quantitativi. Il P.I.L sembrava lo strumento più adatto per misurarsi. Oggi non è più così.

La fase espansionistica non appartiene più al nostro mondo occidentale, ma vive e cresce in altri lidi come in Asia, in Sud America.

L’Europa e l’Italia subiscono oggi il problema dei debiti sovrani i quali, se elevati, non permettono politiche di espansione della spesa pubblica di rilievo, a meno che non si tocchino le corde della spesa per investimenti con l’auspicio in una ripresa della crescita economica, evitando così misure al ribasso per le collettività come tagli alla spesa, aumento della tassazione, vendita di bene pubblico oppure nuovo debito per rifinanziare quello in scadenza.

L’Europa e l’Italia sono vittime degli accordi internazionali sul libero scambio di beni e servizi i quali, non prevedendo la parità dei diritti del lavoro, hanno portato all’acutizzarsi dei processi di cinesizzazione in atto nei Paesi con diritti sul lavoro più evoluti e intensificato de facto i processi di delocalizzazione.

L’Europa e l’Italia, infine, vivono da tempo una contrazione sistemica della produttività ed una crisi dei modelli di welfare che proprio le fasi espansionistiche del dopo-guerra avevano contribuito a delineare ed a costruire.

E’ in virtù delle problematiche sin qui sinteticamente esposte che riteniamo il P.I.L un indicatore inadatto a misurare il grado di benessere, di sviluppo e di sostenibilità dei Paesi non più in fase fortemente espansiva.

Il punto di svolta rispetto allo status quo è capire come viviamo tenendo conto di tutti gli aspetti della vita, non solo di quello economico. La sinistra può, su questo punto, assumere un ruolo di cambiamento importante. Pensiamo, infatti, che il compito della sinistra possa essere quello di ripensare il nostro modus vivendi focalizzandosi su due aspetti importanti come 1) aumentare e migliorare il lavoro e, parallelamente, 2) migliorare la sua qualità contestualmente alla qualità dell’esistenza umana. Inoltre, dovrebbe essere compito di questa sinistra dare una sponda politica alle tante associazioni che da tempo si focalizzano su indicatori di qualità e non, come il P.I.L., di quantità.

Cominciamo, quindi, a ripensare al modo in cui la vita stessa viene misurata, scartando definitivamente la sola ricchezza prodotta annualmente ed adottando un metro che tenga conto dei diversi processi dell’esistenza, dai processi finanziari a quelli economico-produttivi, da quelli sociali a quelli umani. Il misurarsi oppure l’essere misurato con metri incompleti o, al peggio errati, porta a politiche di correzione altrettanto errate soprattutto se si considera il benessere complessivo di una società.

E’ lungo questo binario che si è preso atto della necessità di scartare il P.I.L. ed adottare l’indice Q.U.A.R.S.* (Indice di Qualità Regionale dello Sviluppo) come vero indicatore di benessere di un Paese.

E’ utile ribadire come Il P.I.L. non tenga conto di quei beni che non hanno un mercato e, quindi, richiedono una misura qualitativa come i costi indotti dall’inquinamento o dallo sfruttamento non sostenibile delle risorse, oppure la qualità della spesa pubblica. Il Q.U.A.R.S., al contrario del P.I.L., descrive un nuovo modello di sviluppo basato sull’equità, la sostenibilità e la solidarietà in quanto rappresenta e sintetizza l’indice di Sviluppo Umano, elaborato dall’ONU; l’indice di Qualità Sociale, composto da indicatori su sanità, salute, scuola e pari opportunità; l’indice di Ecosistema Urbano, ottenuto da Legambiente; l’indice di Dimensione della Spesa Pubblica, che valuta i livelli di spesa su istruzione, sanità, ambiente ed assistenza.

Misurarci secondo questi parametri del tutto alternativi rispetto al P.I.L. ci consentirebbe probabilmente di comprendere meglio come sia del tutto necessario incamminarci lungo la strada dell’abbattimento dell’industria inquinante, della riconversione del lavoro verso forme occupazionali ambientalmente compatibili, della valorizzazione delle energie da fonti rinnovabili, dell’incentivazione della piccola-media impresa per un economia più a misura d’uomo, dell’allontanamento da una mobilità a combustione interna, dell’ implementazione di una edilizia che tenga conto del  giusto utilizzo di materie prime e dello smaltimento di rifiuti prodotti dall’edilizia stessa, evitando il rilascio di sostanze tossiche all’interno degli ambienti costruiti.

Modificare la metodologia di misurazione del benessere di un Paese è la strada maestra per un cambiamento di struttura che ci porti inesorabilmente ad un nuovo modello di società.

PROPOSTE ED AZIONE

La sinistra italiana deve riprendere forma su cinque punti programmatici principali.**

Partiamo da un ragionamento di sistema. E’ necessario premettere che un’economia nazionale immersa in un meccanismo economico globalizzato, essenzialmente di stampo liberista, rischia, durante crisi di sistema come l’ultima, di vedersi proiettata verso una nuova organizzazione sociale e politica, non prevedibile, caratterizzata essenzialmente dal prosciugamento di diritti e di benessere collettivo.

Il primo punto è il diritto al lavoro. E’ senza dubbio prioritario uscire da una logica di mera schiavitu’ la quale trova ampio spazio nel labirinto variodipinto dei contratti di lavoro. L’obiettvo da perseguire e’ il lavoro a tempo indeterminato, sia da un punto di vista economico-programmatico che culturale. Vanno eliminate progressivamente tutte le altre tipologie contrattuali le quali tendono tendenzialmente ad un impoverimento della qualita’ della vita e all’aumento dell’insicurezza famigliare e sociale.

Il secondo punto è il diritto alla casa. E’ necessario affrontare il problema casa in modo del tutto rivoluzionario partendo dall’idea che ogni singolo individuo, ogni singola famiglia ha il diritto ad avere un tetto, un  riparo, un rifugio, una casa e che essa deve essere fornita in ultima istanza dallo Stato. L’approccio al rispetto di questo diritto ci deve portare tendenzialmente all’azzeramento della percentuale relativa ai senza tetto oggi in Italia.

Per chi ha un reddito, il problema principale è nello squilibrio tra offerta e domanda abitativa. Non c’è, in Italia, una offerta abitativa capace di assorbire una domanda di abitazioni a prezzi moderati. Abbiamo un invenduto rilevante mentre l’emergenza abitativa cresce per i prezzi troppo elevati, per gli effetti che la crisi sta avendo sui redditi e sulla capacità delle famiglie di pagare affitti e mutui bancari, e per l’abbandono da parte dello Stato di una politica di edilizia economica e popolare. Da una stima condotta da Federcasa sembra che le famiglie in attesa di una casa siano circa 583-mila mentre gli alloggi invenduti si aggirino intorno alle 300-mila unità. Certamente lo Stato dovrebbe riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito, nel caso questi numeri venissero confermati, la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda di circa 280-mila famiglie e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Il terzo punto è il salario minimo garantito. Nel 2011 l’Italia si è ritrovata con più di 8 milioni di poveri, i quali rappresentano quasi il 14% dell’intera popolazione e l’11% delle famiglie.  Quasi 3 milioni di famiglie, composte da due persone, è al di sotto della soglia di povertà (pari a 1.011,03 euro mensili). Aumenta la povertà di coppie con un figlio, pari al 10,4%; delle famiglie con cinque o più componenti, pari al 28,5%. Le famiglie a rischio povertà sono il 7,6% mentre al Sud la situazione si aggrava visto che una famiglia su quattro è considerata povera. In una situazione simile lo Stato e le istituzioni dovrebbero avere le capacità operative di intervenire celermente con misure atte a calmierare gli effetti nefasti della crisi, soprattutto con l’istituzione di un reddito minimo. E’ vero che tutti i Paesi europei prevedono qualche forma di reddito minimo tranne Italia, Grecia e Bulgaria. Indirizziamo, però, i nostri ragionamenti verso uno dei Paesi più all’avanguardia sul reddito minimo, la Norvegia, la quale offre ai suoi cittadini un reddito di esistenza, senza limiti, che garantisce un importo mensile di circa 500 euro.

Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Il quarto punto è il diritto alla salute, pubblica e gratuita. La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e  tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tutt’ora in corso, tra norme scritte e norme applicate. L’Italia dovrebbe iniziare a essere uno Stato moderno ed efficiente soprattutto con la modernità e l’efficienza del suo sistema sanitario e con la funzionalità dei suoi servizi essenziali. Il diritto alla salute è di tutti i cittadini. Oggi, però, testimoniamo uno smarrimento politico sul come rendere questo diritto fondamentale una realtà, viste le sue disfunzioni e i suoi costi. L’egoismo e gli interessi personali, oltre all’inadeguatezza delle strutture, sono cancri del sistema sanitario nazionale. Il pensiero neo-liberista sponsorizza un sostanziale programma di privatizzazione degli enti pubblici, sostenendo che i problemi della sanità italiana si possono risolvere solamente con la privatizzazione di molti settori del servizio sanitario. Questo, però, implicherebbe una sanità in balia delle leggi di mercato andando contro i più deboli e i più poveri.

In Europa, poi, spendiamo molto meno rispetto ad altri paesi. L’Italia, infatti, spende circa 115 miliardi di euro per la sanità, pari al 7,2 per cento del P.I.L. Non vorrei che si usasse la tesi dell’alto costo della spesa sanitaria pubblica per smantellarla e avviare un processo di privatizzazione del tutto a scapito dei più deboli. Il sistema sanitario deve essere pubblico e le risorse vanno ricercate nelle inefficienze del sistema paese. Dal sommerso, all’evasione, dalla corruzione alla concussione. Basti pensare che solo il sommerso vale tra i 529 e i 540 miliardi di euro. Sarebbe auspicabile una radicale riforma del sistema sanitario nazionale, in senso pubblico, responsabile e razionale, e con la fine immediata della lottizzazione delle Unità Sanitarie Locali da parte dei partiti.

Il quinto punto è il diritto allo studio, pubblico e gratuito. Il diritto allo studio è tra i diritti fondamentali che consente l’attuazione di altri diritti della persona. Avere la possibilità dell’istruzione permette alla collettività di essere consapevole nelle scelte da fare, in modo del tutto autonomo. Naturalmente,  il diritto allo studio non deve avere vincoli calati dall’alto in quanto non è una merce a pagamento ma un diritto che solo una scuola pubblica efficiente, gratuita ed aperta a tutti, può perseguire. Reputo che ci si debba muovere verso la valorizzazione del pubblico attraverso l’intervento dello Stato. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Naturalmente,  la linea di demarcazione tra intervento pubblico e privato deve essere chiara e netta. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

Iniziamo insieme a ripensare la sinistra partendo dai territori. Iniziamo da Guidonia e Tivoli estendendo l’iniziativa a tutte le località della Valle dell’Aniene. Pensiamo ad Assemblee popolari in cui le cittadinanze possano contribuire realmente alla rinascita della sinistra nei diversi paesi, nelle città. Costruiamo un modello di sinistra che sia inclusivo e democratico, nel nome della libertà, dell’eguaglianza e della giustizia sociale.  

Manuel Santoro
https://manuelsantoro.com/

* Campagna Sbilanciamoci
** Buona parte dei quattro punti programmatici sono ripresi dall’intervista rilasciata ad Euronews.org http://euronews.org/?p=1772

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