Manuel Santoro

Segretario politico nazionale di Convergenza Socialista

Sulla territorializzazione della sinistra.

Tre motivazioni e quattro punti programmatici.

La sinistra italiana deve riprendere forma su tre motivazioni principali.

La prima motivazione giace nella necessità di ripensare un nuovo modello di sviluppo, alternativo, che rintracci nel benessere dell’essere umano e degli esseri viventi i suoi tratti fondamentali. Quando la struttura economica e sociale basata sulla proprietà privata dei beni di produzione diventa neo-capitalismo, la produzione localistica di beni e consumi si trasforma in produzione di massa con un aumento della concentrazione del potere economico in grandi società nazionali o multinazionali e con  una espansione continua dei consumi e della massa dei consumatori. Seppur questo enorme incremento delle capacità di produzione, trasporto e smistamento di beni determina l’inizio di processi di omologazione sociali, culturali e comportamentali, intaccando i costumi, le particolarità e le tradizioni, il capitale continua a rigenerare se stesso, incrementandosi, attraverso sempre la fase della produzione. Il neo-capitalismo muore, trasformandosi lentamente in qualcosa di più pericoloso quando, staccandosi dalla fase produttiva, comprende di poter alimentare se stesso a costi quasi azzerati. Il capitalismo diventa, così, un processo in cui il capitale genera se stesso senza fermate intermedie, autoalimentandosi.
La seconda motivazione giace nella necessità di ristabilire un contatto tra la voglia di inclusione politica da parte del cittadino e le  idee di eguaglianza, di solidarietà umana e di giustizia sociale. Siamo ormai giunti all’incontro tra la voglia di sinistra e la mancanza di sinistra nel Paese, all’incontro tra una positività ed una negatività, entrambi in crescendo, conditi da un parlamentarismo ottuso lontano dalla gente e, quindi, lontano dai reali e tangibili cambiamenti dei microsistemi sociali. E’ sempre più necessario intraprendere una ristrutturazione della solidarietà politica evitando la istituzionalizzazione dei gruppi dirigenti ed ammettendo come i ceti produttivi medio-piccoli siano totalmente inglobabili in un disegno radicalmente riformatore al fianco dei ceti più deboli.

La terza motivazione giace nella necessità di ristabilire un contatto diretto con la gente nei territori, territorializzando la progettualità di una nuova sinistra eco-socialista, che tratti direttamente, casa per casa, strada per strada, fabbrica per fabbrica, le reali problematiche delle collettività. Una sinistra per la povera gente che metta in soffitta i miti del passato come personali ricordi e rigetti il perseverare di una politica annacquatamente riformista. Non vi è alternativa politica, oggi, senza un ricollegamento serio tra un potenziale progetto di sinistra e quello che è rimasto del suo popolo. Compito arduo ma possibile solo in chiave strategica, senza alcun tatticismo, poiché la sinistra ha smesso di affrontare con forza interessi, resistenze, ostilità, corporativismo e parassitismo, scivolando così verso un forte moderatismo sulla risoluzione dei problemi reali dei ceti deboli e verso una radicalizzazione del parlamentarismo, anche locale, come pratica politica.

Dovremo evitare unificazioni di vertici, di interessi di potere, di apparati ma puntare ad un lavoro di ripresa di un movimento popolare. Un movimento dei molti della sinistra contro cartelli a fini elettoralistici con un seguito tra i molti. Oggi un movimento, un partito la cui esistenza risiede nei suoi fini elettorali non ha alcun senso nella società e non permette un ripensamento dei processi sociali in quanto estranea, da tali processi, la gran parte delle cittadinanze.

Una progettualità di alternativa a sinistra ha il compito di evitare pratiche spartitorie con il centrismo moderato. Il centro-sinistra è oggi, come lo è stato in passato, un compromesso politico e non sociale. E’ troppo poco rappresentativo del movimento invisibile dei meno abbienti, delle forza lavoro e delle forze della media-piccola imprenditoria per riuscire ad emergere come alternativa politica per una esistenza diversa.

L’azione politica basata su questi tre punti porta al superamento del capitalismo del XXI secolo. Partendo dai popoli, dalle insenature positive delle società.

La sinistra italiana deve riprendere forma su quattro punti programmatici principali.*

Partiamo da un ragionamento di sistema. E’ necessario premettere che un’economia nazionale immersa in un meccanismo economico globalizzato, essenzialmente di stampo liberista, rischia, durante crisi di sistema come l’ultima, di vedersi proiettata verso una nuova organizzazione sociale e politica, non prevedibile, caratterizzata essenzialmente dal prosciugamento di diritti e di benessere collettivo.

Il primo punto è il diritto alla casa. E’ necessario affrontare il problema casa in modo del tutto rivoluzionario partendo dall’idea che ogni singolo individuo, ogni singola famiglia ha il diritto ad avere un tetto, un  riparo, un rifugio, una casa e che essa deve essere fornita in ultima istanza dallo Stato. L’approccio al rispetto di questo diritto ci deve portare tendenzialmente all’azzeramento della percentuale relativa ai senza tetto oggi in Italia.

Per chi ha un reddito, il problema principale è nello squilibrio tra offerta e domanda abitativa. Non c’è, in Italia, una offerta abitativa capace di assorbire una domanda di abitazioni a prezzi moderati. Abbiamo un invenduto rilevante mentre l’emergenza abitativa cresce per i prezzi troppo elevati, per gli effetti che la crisi sta avendo sui redditi e sulla capacità delle famiglie di pagare affitti e mutui bancari, e per l’abbandono da parte dello Stato di una politica di edilizia economica e popolare. Da una stima condotta da Federcasa sembra che le famiglie in attesa di una casa siano circa 583-mila mentre gli alloggi invenduti si aggirino intorno alle 300-mila unità. Certamente lo Stato dovrebbe riprendere una sua centralità propositiva avviando da subito, nel caso questi numeri venissero confermati, la costruzione di abitazioni a prezzi popolari per soddisfare una domanda di circa 280-mila famiglie e, contemporaneamente, avviare politiche di assorbimento dell’invenduto che vadano a soddisfare le esigenze delle famiglie in attesa di una abitazione. Nel suo complesso, lo Stato deve essere garante del benessere dei suoi stessi cittadini e, quindi, avviarsi verso un cambiamento di tipo culturale prima che politico che vede nell’abitazione un diritto.

Il secondo punto è il salario minimo garantito. Nel 2011 l’Italia si è ritrovata con più di 8 milioni di poveri, i quali rappresentano quasi il 14% dell’intera popolazione e l’11% delle famiglie.  Quasi 3 milioni di famiglie, composte da due persone, è al di sotto della soglia di povertà (pari a 1.011,03 euro mensili). Aumenta la povertà di coppie con un figlio, pari al 10,4%; delle famiglie con cinque o più componenti, pari al 28,5%. Le famiglie a rischio povertà sono il 7,6% mentre al Sud la situazione si aggrava visto che una famiglia su quattro è considerata povera. In una situazione simile lo Stato e le istituzioni dovrebbero avere le capacità operative di intervenire celermente con misure atte a calmierare gli effetti nefasti della crisi, soprattutto con l’istituzione di un reddito minimo. E’ vero che tutti i Paesi europei prevedono qualche forma di reddito minimo tranne Italia, Grecia e Bulgaria. Indirizziamo, però, i nostri ragionamenti verso uno dei Paesi più all’avanguardia sul reddito minimo, la Norvegia, la quale offre ai suoi cittadini un reddito di esistenza, senza limiti, che garantisce un importo mensile di circa 500 euro.

Se noi supponessimo, secondo la proposta di ‘Intelligence Precaria’, di erogare 600 euro mensili per garantire a tutti un reddito di base pari a 7.200 euro all’anno, a tutti indipendentemente dall’età e dallo status, la collettività dovrebbe sopportare un costo annuo di quasi 18 miliardi di euro. Ma tenendo conto che, a oggi, si stima che il costo attuale del welfare sia di 15,5 miliardi di euro annui, il costo extra da sopportare si aggirerebbe intorno ai 5 miliardi di euro annui. 5 miliardi, pari al gettito ricavabile da un’ imposta ordinaria, di certo non pesante, sul patrimonio, incluso quello mobiliare, con aliquota progressiva al di sopra di un milione 200 mila euro.

Il terzo punto è il diritto alla salute, pubblica e gratuita. La tutela alla salute come “diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività” è sancito dall’Articolo 32 della nostra Costituzione e  tale principio deve essere osservato e promosso con l’azione costante delle istituzione affinché rientri l’effettivo e progressivo scollamento, tutt’ora in corso, tra norme scritte e norme applicate. L’Italia dovrebbe iniziare a essere uno Stato moderno ed efficiente soprattutto con la modernità e l’efficienza del suo sistema sanitario e con la funzionalità dei suoi servizi essenziali. Il diritto alla salute è di tutti i cittadini. Oggi, però, testimoniamo uno smarrimento politico sul come rendere questo diritto fondamentale una realtà, viste le sue disfunzioni e i suoi costi. L’egoismo e gli interessi personali, oltre all’inadeguatezza delle strutture, sono cancri del sistema sanitario nazionale. Il pensiero neo-liberista sponsorizza un sostanziale programma di privatizzazione degli enti pubblici, sostenendo che i problemi della sanità italiana si possono risolvere solamente con la privatizzazione di molti settori del servizio sanitario. Questo, però, implicherebbe una sanità in balia delle leggi di mercato andando contro i più deboli e i più poveri.

In Europa, poi, spendiamo molto meno rispetto ad altri paesi. L’Italia, infatti, spende circa 115 miliardi di euro per la sanità, pari al 7,2 per cento del P.I.L. Non vorrei che si usasse la tesi dell’alto costo della spesa sanitaria pubblica per smantellarla e avviare un processo di privatizzazione del tutto a scapito dei più deboli. Il sistema sanitario deve essere pubblico e le risorse vanno ricercate nelle inefficienze del sistema paese. Dal sommerso, all’evasione, dalla corruzione alla concussione. Basti pensare che solo il sommerso vale tra i 529 e i 540 miliardi di euro. Sarebbe auspicabile una radicale riforma del sistema sanitario nazionale, in senso pubblico, responsabile e razionale, e con la fine immediata della lottizzazione delle Unità Sanitarie Locali da parte dei partiti.

Il quarto punto è il diritto allo studio, pubblico e gratuito. Il diritto allo studio è tra i diritti fondamentali che consente l’attuazione di altri diritti della persona. Avere la possibilità dell’istruzione permette alla collettività di essere consapevole nelle scelte da fare, in modo del tutto autonomo. Naturalmente,  il diritto allo studio non deve avere vincoli calati dall’alto in quanto non è una merce a pagamento ma un diritto che solo una scuola pubblica efficiente, gratuita ed aperta a tutti, può perseguire. Reputo che ci si debba muovere verso la valorizzazione del pubblico attraverso l’intervento dello Stato. Lo Stato abbia cura del pubblico. I privati, e solo i privati, delle istituzioni private. Naturalmente,  la linea di demarcazione tra intervento pubblico e privato deve essere chiara e netta. Solo la scuola pubblica può aprire la nostra società ai cambiamenti, senza recinti identitari separati, nel solco della coesione sociale e verso un approccio multiculturale e multirazziale.

* Buona parte dei quattro punti programmatici sono ripresi dall’intervista rilasciata ad Euronews.org http://euronews.org/?p=1772

Manuel Santoro – 08/11/2012

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