Manuel Santoro

Segretario politico nazionale di Convergenza Socialista

Sul ridimensionamento dei grandi istituti bancari e finanziari.

Una opportunità per la politica.

Dall’analisi dei processi monetari globalizzati emerge la necessità, per la politica, di focalizzarsi sul ruolo delle banche centrali e commerciali. E’ stato più volte ricordato come la leva monetaria sia in mano alle banche centrali le quali influenzano gli atteggiamenti macroeconomici delle società tramite l’innalzamento o l’abbassamento dei tassi d’interesse oppure, nei casi di carenza di liquidità, tramite l’immissione di moneta nel sistema economico in cambio di debito pubblico. Andrebbe anche posta, alla politica, la domanda se ha senso che la percentuale di riserva di cui le banche commerciali tengono conto nel processo di creazione di denaro, sotto forma di prestiti e, quindi, di nuovi depositi, debba essere pari all’1% in EU (dal 18 Gennaio 2012) e all’interno della forbice (0%, 10%) negli USA, scaglionata per valore di deposito.

In questo quadro, il ruolo delle grandi banche commerciali diventa preoccupante per la loro portata sistemica intrinseca. Esse sono state definite “too big to fail” (troppo grandi per fallire) in quanto il fallimento di una di esse potrebbe avere conseguenti enormi su tutto il sistema bancario internazionale. Sarebbe opportuno che venissero non solo monitorate ma, soprattutto, ripensate.
In effetti, prima del collasso della Lehman Brothers, in molti avevano pensato che il governo americano avrebbe coperto i debiti della banche maggiori nel caso, tali banche, fossero state costrette al fallimento. La decisione di non aiutare la Lehman spiazzò molti e fu drammatica per tutto il sistema bancario in quanto causò una serie di onde d’urto che attraversò l’intero sistema bancario e costrinse il governo americano a ricredersi e ad assicurare i mercati che nessuna altra grande banca sarebbe stata lasciata sola. In questa ottica il Congresso legiferò il Troubled Asset Relief Program (TARP) che veicolava miliardi di dollari nelle casse delle banche. Misure maggiori furono anche prese nei confronti di due istituti bancari tra i più grandi. Citigroup e Bank of America.
Continuando, la legge di riforma finanziaria Dodd-Frank, susseguente alla crisi, era stata pensata per arginare possibili (o probabili) crisi future imponendo una maggiore regolamentazione dei derivati, la creazione di una nuova agenzia per la protezione dei consumatori ed, infine, nuovi poteri al Governo per lo smantellamento delle banche in fallimento. Quello che, sfortunatamente, non fu preso in considerazione fu lo smantellamento dei grandi gruppi bancari e finanziari in gruppi più piccoli e, quindi, non più sistemici. A quattro anni dai primi vagiti della crisi finanziaria, il “downsizing” (ridimensionamento) dei grandi gruppi bancari e finanziari rimane il tema su cui la politica internazionale e nazionale deve focalizzarsi.
Possiamo, per esempio, prendere in considerazione il capitale complessivo di alcune delle banche più grandi al mondo (Giugno 2011, FMI):
1. Bank of America Corp., $2.264,00 miliardi
2. J.P. Morgan Chase & Co., $2.246,00 miliardi
3. Citigroup, $1.957,00 miliardi
4. Wells Fargo & Co., $1.260,00 miliardi
5. Goldman Sachs Group, $937,00 miliardi
6. Morgan Stanley, $831,00 miliardi
L’ammontare totale è di $9.495,00 miliardi, pari al 65% del P.I.L. degli Stati Uniti d’America.
Volendo avere, ora, una idea approssimativa delle dimensioni di questi istituti bancari, basta dire che (dati 2011 per PIL nominale):

1. il capitale complessivo di Bank of America si colloca tra il P.I.L. di UK ($2.250,00 miliardi) e il P.I.L. della Francia ($2.562,00 miliardi)
2. il capitale complessivo di J.P. Morgan si colloca tra il P.I.L. del Brasile ($2.090,00 miliardi) e il P.I.L. di UK ($2.250,00 miliardi)
3. il capitale complessivo di Citigroup si colloca tra il P.I.L. dell’India ($1.631,00 miliardi) e il P.I.L. dell’Italia ($2.055,00 miliardi)

Paragonare il prodotto interno lordo di un Paese con il capitale complessivo di un istituto bancario/finanziario ci permette di avere una idea dell’impatto sistemico, intrinseco nella dimensione, di tali istituti nelle economie reali:
1. USA                                   $14.526,00 miliardi
2. Cina                                  $5.870,00 miliardi
3. Giappone                         $5.458,00 miliardi
4. Germania                        $3.286,00 miliardi
5. Francia                            $2.562,00 miliardi
6. Bank of America           $2.264,00 miliardi
7. Gran Bretagna               $2.250,00 miliardi
8. J.P. Morgan                   $2.246,00 miliardi
9. Brasile                            $2.090,00 miliardi
10. Italia                             $2.055,00 miliardi
11. Citigroup                      $1.957,00 miliardi
12. India                             $1.631,00 miliardi

Naturalmente, dal 2008 ad oggi, le banche più grandi sono diventate ancora più grandi grazie a due fattori: 1) la bancarotta di moltissime banche medio-piccole e 2) l’acquisizione di banche in difficoltà. Infatti, mentre prima della crisi dei mutui sub-prime le quattro banche più grandi (Bank of America, J.P. Morgan, Wells Fargo, Citigroup) possedevano il 32% della totalità dei depositi, oggi siamo al 40%.
Inoltre, le quattro banche più grandi trattano oggi il 50% dei mutui ed il 66% delle carte di credito. Se aggiungiamo Goldman Sachs, in queste cinque banche abbiamo concentrate il 95% dei derivati.
E’ importante menzionare, comunque, che le sei banche americane riportate sopra non sono le uniche ad essere “troppo grandi per fallire”. Nel Novembre del 2011, la commissione per la stabilità finanziaria distribuì una lista di ventinove (29) banche internazionali considerate sistemiche e, quindi, troppo grandi per fallire. Di questa lista diciassette (17) sono europee, otto (8) americane e quattro (4) asiatiche*:

Bank of AmericaBank of China

Bank of New York Mellon

Banque Populaire CdE

Barclays

BNP Paribas

Citigroup

Commerzbank

Credit Suisse

Deutsche Bank

DexiaGoldman Sachs

Group Crédit Agricole

HSBC

ING Bank

JPMorgan Chase

Lloyds Banking Group

Mitsubishi UFJ FG

Mizuho FG

Morgan Stanley

NordeaRoyal Bank of Scotland

Santander

Société Générale

State Street

Sumitomo Mitsui FG

UBS

Unicredit Group

Wells Fargo

* Financial Stability Board 2011 : http://www.financialstabilityboard.org/publications/r_111104bb.pdf

Conclusioni
Gli istituti bancari e finanziari qui menzionati erano e rimangono “troppo grandi per fallire” e, quindi, potrebbero creare crisi sistemiche se i problemi dovessero interessare il settore bancario/finanziario. Parafrasando Alan Greenspan, ex Chairman della Federal Reserve, “se sono troppo grandi per fallire, allora sono troppo grandi”. Oggi è compito della politica nazionale, europea ed internazionale, proporre un ridimensionamento radicale di questi giganti dell’economia mondiale.

Manuel Santoro
Partito Socialista Italiano – Esecutivo PSI Guidonia-Tivoli
Direttivo nazionale della Lega dei Socialisti

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2 commenti su “Sul ridimensionamento dei grandi istituti bancari e finanziari.

  1. Pingback: Sul sistema bancario e fondi speculativi. | Emanuele "Manuel" Santoro

  2. Pingback: SUL SISTEMA BANCARIO E FONDI SPECULATIVI. Di Manuel Santoro « Socialismo e Libertà

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