Manuel Santoro

Segretario politico nazionale di Convergenza Socialista

Chi ha realmente bisogno del quantitative easing?

Preambolo italiano

Ai primi del mese di Agosto il tasso di interesse dei titoli di stato italiani a dieci anni era più del 6%. Poco più alto vi era quello spagnolo. Con l’intervento della BCE i tassi, oltre alla pressione finanziaria sui mercati, si sono abbassati. Visto, però, l’alto rapporto debito/PIL pari al 120% e visto una crescita stantia (si stima sia intorno all’1% nel 2011), la pressione così come i tassi di interesse sul debito potrebbero iniziare a risalire. Il livello critico sembrerebbe essere il 7% oltre il quale l’Italia potrebbe rimanere fuori dai mercati obbligazionari e, di conseguenza, sarebbe impossibilitata a richiedere prestiti.

L’elevato rapporto debito/PIL e la minuscola crescita sono i problemi strutturali del nostro Paese. E’ fondamentale riprendere a crescere il che significa favorire soprattutto gli investimenti e, quindi, la spesa in conto capitale tenendo però bene in mente che perseguire la strada della spesa su debito con un rapporto debito/PIL del 120% diventa pericoloso e sconsigliabile.

Di certo non siamo l’unico Paese ad avere problemi di debito pubblico anche se il nostro è veramente elevato. Un elevato debito induce le agenzie di rating a declassare i Paesi fiscalmente poco virtuosi il che implica l’innalzamento dei tassi sulle obbligazioni. L’Italia, rimanendo in tema, è classificata con una Aa2 da Moodys e con un A+ da S&P.

Preambolo internazionale

Parallelamente ai mercati obbligazionari, la crisi del 2008, la caduta del Marzo 2009 e l’ultima di poche settimane fa, hanno frantumato la credibilità di molti in una ripresa dei mercati azionari per ragioni da ricercare da entrambi i lati del “pond” (termine slang americano che indica l’atlantico).

La prima ragione, come già evidenziato, è il problema dei debiti nazionali in Europa. Se l’Europa fosse una federazione di Stati, come lo sono gli Stati Uniti d’America, il problema del debito sarebbe un problema minore. Certo ci sarebbe il problema dell’innalzamento dei tassi di interesse sui debiti europei emessi (Eurobond) nel caso di downgrading del rating, ma ad oggi il rating sarebbe una tripla A garantiti dalla Germania, Francia, Austria, Finlandia, ecc.

La seconda ragione è il tasso di disoccupazione americano. La crisi del 2008 ed il fallimento della Lehman Brothers hanno devastato l’economia americana con ripercussioni mondiali facendola avvicinare pericolosamente verso regimi deflazionistici. Gli effetti pre-deflazionisitici riscontrabili in un abbassamento rapido dei prezzi al consumo, nella riduzione della liquidità monetaria, nella chiusura delle aziende ed nell’incremento della disocupazione c’erano e ci sono tutti. Nel tentativo di evitare processi deflazionistici sempre più acuti e dolorosi, la Federal Reserve, la quale ha il dovere di ricercare sia la stabilità dei prezzi sia la piena occupazione (al contrario della BCE che non prevede statutariamente alcuna ricerca alla piena occupazione), decise di adottare una misura fiscalmente standard come l’abbassamento quasi a zero dei tassi di interesse ed una misura straordinaria che prende il nome di “Quantitative Easing – QE” (alleggerimento quantitativo).

In un contesto macroeconomico normale una Banca centrale usa l’abbassamento dei tassi di interessi nominali per cercare di non avviarsi troppo verso una spirale deflazionostica. L’abbassamento dei tassi, infatti, è lo strumento fiscale che permette l’abbassamento del costo legato al prestito di denaro, contribuendo così ad un aumento della circolazione della moneta, un aumento degli investimenti, dei consumi, quindi della produzione e, infine, della occupazione. Ma se si è in un contesto macroeconomico prosciugato di liquidità il che significa con un bassissimo livello di circolazioni di moneta, lo strumento dei tassi di interesse non basta e si passa a misure “straordinarie”. Appunto come il Quantitative Easing.

LA CREAZIONE DEL DENARO

Parte 1 – Quantitative Easing (QE)

Il QE consiste nell’immettere nell’economia di un Paese (come è stato fatto e sarà probabilmente fatto ancora negli Stati Uniti con il QEIII e quasi sicuramente in Europa) una notevole quantità di moneta. Oltre a tenere bassi i tassi di interesse, quasi allo zero, sino al 2013, gli Stati Uniti hanno già perseguito due round di QE (QEI e QEII) incrementando enormemente l’offerta di moneta. Quando si procede con questa operazione di “iniezione” di capitale, che è per lo più immediata, il prezzo dei servizi e dei beni al consumo aumentano (non immediatamente) riducendo così il potere d’acquisto della moneta stessa. Naturalmente, l’aumento dei prezzi non avviene rapidamente ma ha i suoi tempi. Raggiunge il cosumatore solo dopo diversi passaggi. Ed è proprio durante questi passaggi che qualcuno ci guadagna.

Le banche

Il processo del quantitative easing inizia con la Federal Reserve che compra i bonds governativi dal mercato secondario. Non li compra dal Tesoro ma direttamente dal mercato. Ma chi detiene vaste quantità di bonds nel mercato? Naturalmente le banche. Prime fra tutti Goldman Sachs, JP Morgan e Citigroup, i quali ricevono durante il processo miliardi di dollari in moneta in cambio di un equivalente valore in obbligazioni nazionali (Treasury Bonds). E’ evidente che in un sistema economico hyper-reattivo (irrealistico), l’immissione di tutto questo contante causerebbe l’immediato innalzamento dei prezzi dei beni al consumo ed il conseguente abbassamento del potere d’acquisto all’interno dell’intero sistema economico. In un sistema economico hyper-reattivo, l’aumento del’offerta di moneta (e quindi della “ricchezza”) sarebbe immediatamente bilanciata dal relativo aumento dei prezzi. In questo contesto irrealistico, nessuno ci guadagna e non ci sono benefici per la società se non, forse, nel lungo periodo. Solo nel lungo periodo, infatti, si avrebbe la speranza che le banche ricomincino a prestare denaro per investimenti, che la domanda di beni aumenti così come la produzione e, quindi, l’occupazione. Ma i processi di scarico dell’inflazione nei vari tessuti della società ha tempi non immediati. Il sistema economico non è hyper-reattivo, ha i suoi tempi, e nel breve periodo qualcuno di guadagna (molto) grazie al Quantitative Easing.

Quando il Quantitative Easing è in moto, ed è un processo rapido, le banche ricevono contanti per obbligazioni nazionali mentre, nella società, i prezzi di beni e consumi continuano ad essere sempre quelli pre-QE. Non essendo aumentati i prezzi, i primi “ricevitori” del contante godono di un aumento di capitale. In parole povere, essi sono più ricchi tenendo conto anche dei bassissimi tassi di interessi. Goldman Sachs, JP Morgan, Citigroup ed altre banche, infatti, comprano obbligazioni dal Tesoro e, tramite il QE, li rivendono alla Federal Reserve facendo guadagni giganteschi. Quindi, mentre le banche si arricchiscono con l’aumento dell’offerta di moneta, i prezzi non hanno ancora avuto modo di adeguarsi nei rivoli monetariamente inferiori della società. Naturalmente, le banche incrementano i loro prestiti ad altre banche e fanno trading nei mercati azionari evitando prestiti ai privati per investimenti, soprattutto in una economia debole. Sono proprio questi prestiti (non fatti) la ragione primordiale (e sventolata al consumatore) per l’implementazione del Quantitative Easing.

Le banche che ricevono i prestiti investono e fanno anche, a loro volta, prestiti. E così a catena sino a quando l’aumento del livello dei prezzi aumenta conseguentemente al processo di propagazione della moneta nella società e raggiunge un suo equilibrio con l’aumento dell’offerta di moneta. Appena questo aumento dell’offerta di moneta è percepita dal consumatore medio, il livello dei prezzi è già adeguato ed il gioco è finito.

Ovviamente nessun guadagno per i livelli bassi della scala monetaria, ma alti profitti per i livelli alti. Più si sale lungo la scala monetaria che parte, dal basso, dal consumatore ed arriva alle grandi banche leader nel mercato obbligazionario, più alti sono i guadagni durante qualsiasi aumento dell’offerta di moneta.

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