Manuel Santoro

Segretario politico nazionale di Convergenza Socialista

Pensieri sul ripensamento del rapporto tra lavoro e qualita’ della vita

Quando si discute dello sviluppo di un Paese si discute esclusivamente del suo sviluppo economico, non culturale, sociale, ambientale. E questo e’, di certo, un limite. Lo sviluppo complessivo di un Paese si riduce miseramente a cartina di tornasole della sua sola crescita economica come se questo fosse sufficiente ad innalzare gli standard di vita della popolazione e ad aumentare il benessere e la qualita’ della vita del cittadino. E’ necessario ma di certo non sufficiente. Sono un po di anni che ormai sappiamo questa verita’.

Se poi, la rincorsa sfrenata alla sola crescita economica, oltre che a deprimere la qualita’ della vita di sacche sempre piu’ vaste di popolazione, ti dimentica riducendoti a vittima sacrificale di forme sempre piu’ incisive di poverta’, allora alla beffa c’e’ anche il danno.
Teniamo conto, infatti, che il reddito disponibile delle famiglie, dal 2000 ad oggi, si e’ ridotto del 4% per il quintile piu’ povero della popolazione a fronte di una crescita del 9% del PIL pro-capite. Il divario tra la fetta piu’ ricca e quella piu’ povera della popolazione italiana e’ aumentato.

Quando si percepisce, quasi a pelle, la stanchezza nell’essere forzatamente imprigionati nella povertà e nella miseria della propria condizione sociale mentre intorno si dispiega sfacciatamente il graduale dissolvimento della solidarieta’ umana per colpa di una cultura di stampo liberista, ci si rende testimoni di una vera rassegnazione sociale e civile. Una lenta morte culturale che tiene il passo ad un degrado sociale ed economico decennale. Sono otto i milioni di cittadini italiani che vivono in condizione di povertà e quasi quattro milioni in poverta’ assoluta. Tutti rivendicano con rabbia la riconquista della propria dignità di essere umano.

E’, allora, indubbio che la società italiana vada rifondata nel suo tessuto economico. Focalizziamoci su due aspetti. Aumentare e migliorare il lavoro (che sia sempre piu’ voluto e non subito) e, parallelamente, migliorare la sua qualita’ contestualmente alla qualita’ della vita, ricordandoci che il lavoro e’ “solo” parte dell’esistenza umana. A rafforzare il binomio lavoro-qualità della vita è l’idea che l’esercizio di un’attività professionale sia strettamente legata alla soddisfazione nella vita sociale. Un lavoro soddisfacente, infatti, porta ad avere contatti sociali, autostima ed una migliore qualità della vita. La disoccupazione di lunga durata, invece, è causa essenziale della povertà e del conseguente deterioramento degli standard di vita. E’ evidente, allora, che una politica economica che si concentri sul lavoro in quanto tale senza prendere in considerazione la qualità della vita dell’individuo sia una politica deficitaria che manca di analizzare il problema lavoro da una prospettiva più ampia, strategica. Parliamo, quindi, di progettualità per la definizione e l’implementazione di nuove tipologie di lavoro inserite in un quadro che tenga conto della dignità della persona e dell’ambiente.

Cominciamo, quindi, ad incamminarci lungo due binari principali: 1) abbattimento dell’industria inquinante e 2) riconversione del lavoro verso forme occupazionali ambientalmente compatibili (vedi l’ILVA di Taranto) le quali, paradossalmente, potrebbero produrre piu’ lavoro e “nuovi” mestieri. Da corollario, ci sarebbe da valorizzare le risorse del Paese e, di conseguenza, le energie da fonti rinnovabili; incentivare la piccola-media impresa per un economia piu’ a misura d’uomo; allontanarsi da una mobilita’ a combustione interna; implementare una edilizia che tenga conto del giusto utilizzo di materie prime e dello smaltimento di rifiuti prodotti dall’edilizia stessa, evitando il rilascio di sostanze tossiche all’interno degli ambienti costruiti.

La bonta’ delle nostre scelte, le politiche che porteremo avanti andranno pero’ misurate a dovere, tenendo conto non della quantita’ dello sviluppo, ma della sua qualita’. Dovremo, quindi, fare una battaglia forte per superare il P.I.L, ormai obsoleto e non piu’ coerente con le nostre esigenze, ed utilizzare, estendendolo al modello Paese, il Q.U.A.R.S., sintesi di quattro indici: l’indice di Sviluppo Umano, elaborato dall’ONU; l’indice di Qualità Sociale, composto da indicatori su sanità, salute, scuola e pari opportunità; l’indice di Ecosistema Urbano, ottenuto da Legambiente; l’indice di Dimensione della Spesa Pubblica, che valuta i livelli di spesa su istruzione, sanità, ambiente ed assistenza.

Indichiamo, quindi, la strada al Paese e all’Europa. Che sia percorribile e sostenibile. E che dia una speranza.

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